Tiziana Musi, Il bosco incantato, Accademia di Belle Arti - Roma



Fin dagli anni sessanta, la ricerca estetica ha puntato ad esplorare nuovi territori, in senso simbolico (niente di nuovo: è nella natura stessa dell’arte varcare i confini, andare oltre), ma anche, e soprattutto, in senso fisico. L’arte, uscita dai luoghi tradizionalmente deputati, si è impossessata di spazi fino a quel momento estranei alle modalità consuete dell’arte: come non ricordare la performance di Jannis Kounellis con cavalli vivi nella galleria-garage L’Attico di Fabio Sargentini del 1969. Ecco l’arte fuori del museo, dalle gallerie, dalle sedi accademiche: l’arte entra nella natura e costruisce nuove cartografie dove la mano dell’uomo stravolge ed esalta aspetti particolari. La ricerca storica e la critica d’arte hanno ampiamente descritto il mutamento culturale di quegli anni: la riflessione teorica conduce l’artista a lavorare sempre più sui meccanismi di formazione dell’opera, a considerare prioritario il processo creativo piuttosto che il prodotto finito. Prevale, da parte dell’artista, la valutazione del processo quale parte integrante dell’operazione artistica che si sostituisce al progetto, che per secoli era sempre rimasto al primo posto. L’arte fuoriesce dal quadro  e entra in un altro territorio.
E’ in questo contesto che la Land Art,  alla fine degli anni sessanta assume un significato assolutamente innovativo: le esperienze di Richard Long, Michael Heizer, Robert Smithson, Walter de Maria diventano i cardini di una riflessione teorica che vede nella natura il luogo privilegiato del fare arte, fondamento della ricerca che prima abbiamo definito processuale: quale luogo meglio di quello naturale può rappresentare il concetto di processo, dove l’intervento artistico è legato all’hic et nunc dell’artista, sottoposto al naturale mutamento dei fenomeni naturali? Ciò che caratterizza questi primi interventi è il tentativo di superare la distinzione tra architettura e scultura: è un’esperienza in situ, non esportabile, e strettamente legata all’ambiente circostante.
Ben presto proprio sulla relazione privilegiata con l’ambiente, sulla sua capacità di trasformazione entropica sorgono alcune critiche alla Land Art, accusata di profanare la natura.  Smithson e Heizer lavorano su spazi enormi dove l’utilizzo di strutture meccaniche diventa imprescindibile, sicuramente aggressive nei confronti del paesaggio: nasce l’esigenza di pratiche estetiche attente al mantenimento di equilibrio naturale, all’ascolto dei mutamenti interni della natura.
Un ulteriore tassello alla ridefinizione del concetto di Land Art è quello di Nils-Udo che nel 1984 proclama la necessità di intervenire nella natura solo utilizzando materiali naturali provenienti dal sito. Parliamo così di Art in Nature, Arte nella Natura. E’ nella preposizione in che troviamo la differenza: l’artista non lavora più sulla natura, come gli artisti della Land Art che utilizzavano strumenti e materiali estranei alla natura stessa, trasformandone il territorio. Nils Udo, invece, afferma di volere dare forma ad alcuni stati naturali. Il suo obiettivo primario è rendere sensibile lo spettatore allo spettacolo della natura attraverso le sue stesse forme.
L’uso del termine spettacolo allude chiaramente al concetto di fruizione dello spettatore nei confronti della natura intesa come evento, e quindi delle sue componenti rinnovate di spazio e tempo: non più un’opera da vedere, ma da vivere nella sua trasformazione. Il concetto di tempo, entrato prepotentemente in scena nell’arte contemporanea a partire dalle avanguardie storiche, assume così un nuovo significato. L’opera d’arte creata nella e con la natura perde il carattere di staticità e ne assume uno prevalentemente dinamico. L’intervento artistico sottrae il primato dell’artista e l’opera è integrata, assorbita, rielaborato e talvolta eliminata dalla stessa natura.
All’interno di questa ricerca si inserisce l’esperimento di Opera Bosco di Calcata, giunto al suo dodicesimo anno di vita. Il progetto di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura progettato e curato da Anne Demijttenaere si è via via caratterizzato negli ultimi anni come un esperimento unico nel panorama dell’arte contemporanea italiana. Infatti, se Art in Nature ha acquistato negli altri paesi europei un significato di ampio spessore cultura le, inserendosi con proposte ricche di iniziative culturale nel panorama culturale (ad esempio Le vent des forêts  a Mense, Francia o Le Bois des Art Penteurs  a St.Bonnet de Chirac, Francia), in Italia la situazione è totalmente diversa.
Negli ultimi anni abbiamo visto la creazione di numerosi parchi di sculture legati a specifici artisti (tra gli altri il Giardino di Daniel Spoerri o quello di Paul Wiedmer a La Serpara vicino Orte)  oppure costruiti come progetto culturale di un collezionista la Collezione Gori a Pistoia o il progetto diCastello di Ama di Gaiole in Chianti). All’interno di questo scenario, il progetto Opera Bosco, insieme al noto Arte Sella, assume un significato particolarmente importante, di valenza quasi unica in Italia. A rendere rilevante l’esperienza di Opera Bosco è innanzitutto la sua collocazione geografica. Collocato a Calcata nel Viterbese, il museo sorge sulle pendici di una forra, ricoperta da un bosco fitto di vegetazione, caratterizzato da anfratti, dirupi, improvvise radure, grotte tufacee, sorgenti, tracce di antiche mani di un uomo forse preistorico ma certamente etrusco, che ne aveva fatto verosimilmente un ambiente sacro. Camminare in quel bosco significa perdersi, scostare le liane, le radici, superare l’impenetrabile barriera dei boschetti di bambù, ma anche recuperare una dimensione naturale dove l’intervento dell’uomo è appena accennato e nascosto. La sfida di Anne Demijttenaere è stata quella di conservare il più possibile la struttura del bosco, intervenendo, laddove possibile, con materiali esclusivamente naturali provenienti dal terreno circostante. Il bosco si è così gradualmente trasformato nel corso degli anni in una sorta di luogo magico, un bosco incantato dove gli interventi artistici degli anni precedenti riassumono forme naturali compenetrate con l’ambiente circostante.
E’ quindi il bosco l’elemento che rende unica questa esperienza, anche all’interno del panorama dell’art in nature in Italia.Nella cultura occidentale il bosco ha sempre svolto una funzione mediatrice fra natura e cultura, dove la paura del non conosciuto si è sempre accompagnata
al desiderio di viverlo come luogo privilegiato del ciclo vita-morte: è la selva in cui entra il dio o l’eroe per salvarsi o per morire. Il bosco sacro caro agli dei è un topos della storia del mondo: l’entrata garantiva la segretezza (Varo fu spinto da guide infedeli nella selva di Teotoburgo, dove i Germani distrussero le sue legioni), è stato considerato luogo mitico di una perduta età dell’oro (Diana cacciatrice nei boschi della Caria, Dioniso insieme a satiri e ninfe che la popolano), oppure luogo di elezione di chi voleva fuggire e di chi voleva fare del nascondimento un elemento di distinzione, oppure anche spazio terrificante (l’orrido dei Romani o la selva oscura di Dante). O ancora il bosco delle favole. Il bosco, ma soprattutto gli alberi che lo compongono, diventano rappresentazioni sacre, comuni a tutte le religioni perché strumento di collegamento tra il cielo e la terra, tra il visibile e l’invisibile: l’albero di Budda o l’albero sacro dei giapponesi, l’albero della vita e della conoscenza giudaico-cristiano.
All’edizione del 2007 hanno partecipato anche gli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Roma, per la prima volta confrontatisi con una pratica estetica del tutto nuova: i loro progetti sono nati da un lento avvicinamento alla natura tramite percorsi, in cui ciascuno rielaborando pensieri propri  e sensazioni latenti, ha fornito una propria interpretazione del bosco, respirandone lo spirito magico. In ogni caso i risultati sono stati decisamente interessanti, uniti dal comune denominatore di una consapevolezza che l’intervento deve in primo luogo rispettare il bosco, preservarne la carica misterica e valorizzare il rapporto empatico dell’artista con la natura.
Figure appartenenti all’immaginario costituiscono i temi degli interventi di tre giovani artisti. Cristiano Paliotto con il suo Funambolo costruisce un lunghissimo percorso tra le chiome degli alberi, costituito da rami di e ginestra annodati, allusivo della forza della leggerezza, della potenza della natura che riesce a superare gli ostacoli. Isabella De Chiara realizza un drago costruito con foglie, rami e corteccia, in grado di ammaliare sedurre lo spettatore, come in un gioco antico. I giganteschi uccelli preistorici di legno di Teresa Salabova sono collocati in una radura, antichi custodi di segreti naturali.
La maggior parte degli artisti ha scelto di lavorare sul tema del recupero delle forme primordiali non per rappresentare, ma per suggerire una natura incontaminata e fonte di vita, realizzate con materiali tratti direttamente dal bosco: rami, terra cruda, baccelli, liane ecc.
Claudia Padoan con i Sogni ha ricreato tra gli alberi bozzoli in trasformazione, metafore di una nascita, di un informe in via di trasformazione. Anche Elena Marchese con Mimesi si è posta il problema di ritrovare un  regressum ad originem, come lei stessa afferma: perché, si chiede, non recuperare ciò che la natura stessa contiene nel suo movimento antropico, dall’ordine al caos e di nuovo dal caos all’ordine? Il lavoro dell’artista è solo quello di sollecitare la natura ad apparire nelle sue forme più semplici: con baccelli di glicine, bambù e rami Elena costruisce un’installazione decisamente poetica. Le medesime suggestioni le ritroviamo nell’opera di Tiziana Virgilio, che realizza tronchi di lana e di argilla cruda accanto a tronchi veri per costruire un bosco parallelo in continua trasformazione e metamorfosi. La terra cruda ha sollecitato Eduardo Herrera a realizzare un’opera dal titolo Fango primordiale, totem primitivi conficcati nella terra. Manuel Grillo, attraverso abbracci simbolici di rami e liane con gli alberi, sottolinea invece la funzione vivente ed energetica della natura.
La ricerca di uno spirito primitivo che non coinvolga solo la natura ma anche gli uomini, anima l’installazione di Marco Schembri, che costruisce sagome con terra cruda, emblema di un nucleo familiare primordiale.
Particolarmente interessante l’intervento di Isabelle Dehais, che colora con terra rossa i tronchi degli alberi, creando un altro bosco, un Bosco Dentro, dove  si manifesta un accordo armonico tra il dentro e il fuori.
Altri artisti hanno cercato di integrare la propria identità di appartenenza con lo spirito del bosco, ritrovando lanalogie simboliche, rivendicando quindi una naturalità comune.
In questo senso appare interessante l’intervento di O MIAE, artista coreana, che costruisce un percorso visivo utilizzando forme circolari geometriche di grandezza diverse perfettamente inserite in cerchi incisi sulla corteccia: una riproposizione personale di un giardino zen. Analoghe suggestioni provenienti dalla cultura zen le ritroviamo nell’opera dell’artista giapponese Kanechika Masahachi che sottolinea la presenza degli alberi in una radura tramite sassi, quali congiunzioni privilegiate tra cielo e terra. Anche Mario Giordano ripropone nella sua opera Rosito, che utilizza rami, un fungo che cresce nel sottobosco della Sila calabrese.
Un intervento che si distacca dagli altri è quello di David Llorente Avila, che struttura l’opera Un bosco animato secondo un’impostazione di tipo concettuale: su due tronchi accostati scrive a stampatello in calce bianca due poesie di Pablo Neruda, Ode all’Allegria e Ode alla Tristezza. La sua opera si svela come un intervento di poesia visiva: la modalità della scrittura, che parte dal terreno per snodarsi lungo il tronco, amplifica in modo sorprendente le suggestioni poetiche del verso. La parola sembra restituire l’armonia dell’ordine naturale, dove tristezza e allegria seguono percorsi paralleli ma esiti diversi.
In questo contesto l’intervento di Oriana Impei denota un’originalità di esecuzione: la sua opera Corsaletti per alberi rivela una sintesi particolarmente interessante tra l’operazione scultorea in senso classico che fa uso di marmi locali come il travertino imperiale, il peperino e il tufo e l’attenzione al dato naturale del bosco. Le corazze si trasformano in forme difensive della natura, sottraendola al pericolo di distruzione.

Massalubrense, agosto 2007