Philippe Daverio


 

L’ecologia è morta, l’arte è morta, regna incontrastato e sovrano il mercato delle paccottiglie … eppure Anne De Mijttenaere fa fatica a credere alla dichiarazione quotidiana di critici e mercanti.
Un fantasma sottile sta correndo attraverso la vecchia Europa. E’ quello che fa da araldo silente di un manipolo non ancora contato d’artisti che credono alla libertà totale dei gesti che stanno compiendo. Reputano queste due ipotesi possibili. La prima è che l’arte non debba necessariamente essere un prodotto che rientri nelle offerte del mercato finanziario, che non sia bond, né commodity, n’altra diavoleria di sorta destinata per via d’un destino illusorio ad mascherarsi da bene d’investimento. Pensano che talvolta il gesto artistico possa essere gratuito. La seconda discende per un certo verso logico dalla prima: se l’arte non deve d’obbligo essere prodotto che garantisce la sicurezza d’un investimento oculato e redditizio si può permettere il lusso del dichiararsi effimera. Questa seconda ipotesi è duramente filosofica perché parte dalla constatazione che ogni prodotto umano è caduco, il Partendone (e la storia della sua esplosione ottocentesca lo ha dimostrato) quanto purtroppo la Cappella Sistina o gli acquarelli di Giorgio Morandi. Ogni opera umana materiale contiene in se un proprio imprecisato termine di scadenza: il Museo in generale, mentre ieri era luogo di raccolta in onore delle muse, oggi è tentativo di abolire le insidie del tempo, tentativo ambiziosamente vano, per quanto ne pensino i conservatori delle sovrintendenze.
Questi due assunti, attentamente declinati, hanno consentito la nascita di opera bosco, un intervento nel cuore della natura con l’attenzione di non disturbarla, la natura, perché tutto avviene senza smottare la terra e gli alberi e tutto si realizza coi materiale della natura, sicché tutto è destinato a celebrarsi in attesa del suo naturale decadere. 

Anne De Mijttenaere ha inventato la metodologia del percorso, anzi è stata la prima ad operare sul luogo. Ma poi ha chiamato a sé una serie d’altri artisti che guida con piglio militante. La battaglia è dolce e sottile ma non per  questo meno impegnativa. Ci si incontra, ci si confronta. I lavori sono curiosi e attraenti ed entrano in colloquio con quelli già presenti da anni, quelli che hanno già imparato a vivre nel bosco e lì stanno invecchiando. Perché l’arte se vuol essere viva si trova a vivere,  ad essere biologica fin in fondo, invecchiamento e morte compresi. Ed è proprio la sensazione di imminente scomparsa che da al tutto il denso sapore di poesia, quello d’una poesia che lascia anche al bosco il diritto di pensare, di essere libero e, forse, di potersi salvare.