Jean Blanchaert, Opera Bosco, viaggio all’indietro al centro della terra. Calcata, 27 settembre


M’appoggio a una pietra di tufo e sento da dietro un medio-rilievo d’amanti abbracciati che volano come Chagall. Di fronte, lo sguardo si fissa nel vuoto, come quello dei due amanti in stanca estasi e nota dieci pioli annodati con gialle liane che formano una scala di Giacobbe verso il cielo.

A destra quattro sassi di Naxos-Grecia più bianchi del marmo statuario sono stati pressati nel muschio a formare un volto come si fa con le mandorle in certi panettoni. L’ombra ed il sole, le foglie mosse dal vento, fanno capire che ci troviamo in un museo di sculture animate che ti vengono incontro bisbigliando a capo non chino. Gli amanti si amano e non vogliono essere disturbati perché sono entrati in quella dark room che gli uomini e le donne che sanno all’occorrenza mettere l’Io da parte, ogni tanto frequentano. Fra una partenza e l’altra. La scala invece racconta un sogno biblico che sale in cielo come si faceva nei tempi antichi. Di notte, dopo avere toccato le stelle con una mano ci si poteva permettere di sognare la volta celeste. Continuando a scendere per questa foresta metaforica e reale vediamo, appeso a un albero con delle stoppie  marroni, un grande e fiero bonobo che ti guarda avvertendoti: “il legno nel quale è intagliato il mio volto è arrivato sulle coste del Tirreno proveniente dall’Africa”. Scendiamo verso il centro della terra posando gli scarponi sugli ordinati-disordinati gradini di tufo sistemati in questa jungla da Anne Demijttenaere, la scultrice belga che ha, 10 anni fa, ideato Opera Bosco e che è l’autrice di gran parte delle sculture. Preferiamo non indugiare di fronte a una strana tomba dove i pezzi del corpo di questa giovinetta (testa, mani, ginocchia, petto) forse perchè di pietra, sono stati sepolti sopraterra.

L’unico odore è un profumo, quello del muschio. Superate certe forche caudine, cominciamo a camminare fra i giunchi dai quali usciamo con la testa che gira e ci dice: ”era un labirinto”.

Una fossa o buca con pala o vanga fa capire al visitatore che anche lui dovrebbe togliere un po' di terra o sabbia. Pure per i gesti, il nostro povero cervello ha un pezzo di memoria. A questo servono le simbologie. Abbiamo l’impressione che la foresta è come una lingua straniera, per capirla bisogna studiarla e frequentarla. Per esempio, quell’albero curvo che regge se stesso appoggiandosi a un suo cugino che si trovava lì per caso, ci è arrivato da solo o è stato aiutato dagli uomini artisti?

Ogni tanto ci appaiono anche dei vecchi igloo di rami, rifugi ormai schiacciati che dopo avere esaurito il loro più o meno decennale ciclo di vita sono crollati per essere ri-inghiottiti dalla natura.

Non è facile trovare il percorso senza una guida perchè la nostra cara jungla del traffico ha un altro codice. Ad un certo punto la confusione fra opere di Dio con la mano dell’uomo ed opere di Dio e basta diventa totale anche perchè  spesso Anne Demijttenaere posa tronchi vicino a tronchi caduti prendendo in giro il turista, prendendo in giro se stessa, prendendo in giro nessuno. Ma ecco che manca  solo il liquido amniotico in questa ormai decennale jacuzzi di legno. Il vento porta nel naso i ciclamini e fa suonare le foglie. Questa volta sono gradini a pioli ad aiutare la camminata.

Passiamo di fronte a dieci nidi rotondi tutti mossi dalla brezza come note su un pentagramma.

Sono appesi ad un ramo-sipario con fili puliti: liane. Sono il modellino di un’immensa stupenda scultura. Nel frattempo sono una piccola stupenda scultura. Ci riposiamo in un anfiteatro saltato fuori così. Sul palcoscenico ci sono i resti di una scenografia in tufo e ulivo ed un‘autorevole ballerina in castagno con minigonna di sterpi. Novecento ciclamini al posto di cento spettatori.

Di fango, di pioggia, di terra, di resti di cinghiale è fatta questa alta scultura che appare dal nulla: “so che mi chiamano il nume del bosco e  so anche di somigliare a un monumento di bronzo del 1919…..Va bene cosi”. Difficile uscire da qui. Salendo sbattiamo il naso su un tronco caduto sul quale è in rilievo, intagliato, un omino che cerca di uscire, di andare, ma egli è un rilievo ed è immoto,  per lui sarà dura partire, raggiungere la Porta di Sopra. Il grande organo femminile in paglia e fango l’avremmo saltato volentieri, ma eccoci subito avvolti nella spirale derviscia di uno stretto labirinto composto da alberi parlanti. Di solito recitano poesie di Rumi mentre un globo terracqueo di legno che scende dall’alto sembra dimostrare tutta l’età del nostro povero ed inquinato pianeta Terra. Girasoli-amantidi religiose ci guardano, mentre arriviamo nella bellissima  piazza del teatro di tufo, opera di Costantino Morosin. Su un grande letto della stessa pietra c’è, nuda e color del muschio, la dea di questa foresta, non meno conturbante di certe statue classiche del Museo Archeologico di Atene. Segue scultura cilena, intrecciata barella per sciatori infortunati e poi il grande masso erratico con segni di lapislazzuli azzurrissimi.  Proviamo a tornare di sopra passando da Porta Nuova, groviglio di liane d’epoca attraversate da un verde germoglio giovane. Rametti-cavalieri dell’Apocalise e grandi betulle-danzatori di tango ci guardano partire. Ma questa è montagna con immense grotte- rifugio. Ripari dai grandi animali. Bunker per i nostri nonni forse neppure ancora eretti.

Più antico dell’ antico è il respiro di questo posto dove spesso, volentieri e  d’improvviso compaiono, incise nella pietra, immagini romantiche, steatopigiche e contemporanee.  Più antico dell’ antico sono il profumo e il sapore di questo posto che è stato capito ed interpretato da chi qui ha operato in modo così rigoroso e poetico da consentirci di viaggiare in questo bosco come se fossimo i nostri nonni prae-praeistorici. Qui siamo al massimo all’età della pietra. Sia per il regolamento che impone di realizzare le sculture soltanto con materiali naturali, sia perché la natura è altra cosa, qui le età del ferro e del bronzo sono di là da venire. La presenza di così tante immagini erotiche ci fa pensare all’amore che dovevano fare i nostri trisnonni dell’età della pietra. Si amavano fra tufo, muschio e ciclamini, abbastanza in silenzio, perché la bugia di  Eva non era ancora stata rielaborata.