L'arte, la natura, I' Opera Bosco, Elisabetta Cristallini


L'allontanamento dalle grandi città con la costituzione di nuclei collezionistici sparsi in aree decentrate, è la risposta che negli ultimi de­cenni alcuni artisti stanno dando rifiutando il sistema delle grandi strutture centralizzate e realizzando dei giardini/parchi d'artista.
Si tratta di realtà sempre più diffuse a livello internazionale, dove l'artista è protagonista di un evento in fieri che, tenendo conto del ri­spetto del genius loci, ossia della totalità della storia del luogo, si presenta come viaggio o rappresentazione mentale dell'artista stesso. L'inquietudine verso la propria condizione, il rifiuto delle procedure e dei modi della cultura egemonica, la necessità di rendere pubblico il proprio percorso mentale, culturale e affettivo, l'esigenza di attuare una pratica libera rispondendo al bisogno di ricerca della verità, fanno del parco o giardino d'artista un'entità complessa da tutelare e rendere fruibile. Le pratiche adottate di volta in volta sono divergenti, ciò che le accomuna è la progettualità che sta alla base di tali operazioni e il loro essere pratiche libere, un tentativo di ri­spondere all'eterna esigenza dell'uomo di interrogarsi sulle strutture del mondo visibile e invisibile.
In Italia le aree privilegiate dagli artisti per la realizzazione dei loro parchi e giardini sono la Toscana e il territorio della Tuscia, dove sembra continui ad aleggiare, ancora dopo cinque secoli, lo spirito del saggio Vicino Orsini autore del Sacro Bosco di Bomarzo, sorta di percorso iniziatico che, ancora dopo cinque secoli, conduce l'uomo verso la conoscenza di sé e la ricerca della verità. Un percorso costellato di "mostri" che, sappiamo, aveva affascinato Salvador Dalì nel suo viaggio in Italia nel 1937 e più tardi Marcel Duchamp, un percorso che ancora oggi gli artisti tentano di intraprendere con varie modalità.
La scelta stessa di un luogo non deputato per stabilircisi e progettare un parco/giardino è proprio uno dei sistemi che da sempre l'uomo ha avuto per attingere al fondo di se stesso, riflettere sul rapporto tra sé e il cosmo, spirito e materia, armonia e caos, cultura e natura, insomma su tutte quelle misteriose relazioni duali che sono alla base della conoscenza e della ricerca della verità. Per di più il territorio dell'antica Tuscia dal punto di vista naturalistico è tra i più vari d'Italia e tra i più densi di una storia, fatta di papi, di nobili e di principi, destinata a valorizzare con discrezione nel corso dei secoli le particolarità di questi luoghi proprio attraverso degli insediamenti/residenze decentrati, come testimoniano le numerose ville storiche (da Villa Lante a Bagnaia a Palazzo Farnese a Capra-rola), disseminate tra piccoli nuclei abitati, pianure, valli, colline, boschi, forre, torrenti, laghi vulcanici che dai monti dell'Appennino cen­trale si susseguono fino alle coste del mar Tirreno.
E' in questo territorio che coincide con l'Alto Lazio e con parte della Toscana fino a lambire la terra umbra, che l'influsso della cultura di queste presenze storiche ha assunto un rilievo determinante, tanto che molti artisti contemporanei internazionali è qui che hanno scelto di attuare le loro azioni libere, aprendo talvolta i loro parchi/giardini al pubblico, ma senza soggiacere al sistema culturale/economico dell'arte "finanziaria". La trama di queste esperienze costituisce un sistema ancora invisibile al grande pubblico, tutto da svelare, tutela­re e rendere fruibile attraverso quel progetto di rete reale/virtuale dell'arte contemporanea che, avviato dall'Università della Tuscia già da alcuni anni, ha saputo intrecciare, nella ricerca dell'identità imago/materica delle opere d'arte, saperi diversi per esplorare gli sconfi­namenti, le contaminazioni, le modalità intercodice che sottostanno a queste pratiche eccentriche, decentrate, sommerse.
In questo circuito diverse sono le modalità di insediamento progettuale del giardino/parco d'artista, quella di Opera Bosco a Calcata, tra le gole di tufo della vallata del torrente Treja, vede la natura come parte integrante dell'opera e con questa interagente a tal punto che essa stessa diviene esteticamente attiva secondo varie modalità. Qui la stessa natura, con il linguaggio della geologia, delle essen­ze vegetali, delle presenze arboree, è punto di partenza e valore di riferimento, il mezzo e l'oggetto di comunicazione.
Anne Demijttenaere e Costantino Morosin, ideatori e curatori di questo eccentrico Museo nella natura, l'una operando con leggerezza e ironia utilizzando per lo più intricati e intriganti rami, rametti e ramoscelli, l'altro lavorando il tufo locale con operazioni che dichiarano i suoi interessi che spaziano dall'antropologia all'ecologia, hanno voluto annullare la differenza tra contenitore e contenuto. Gli artisti che di volta in volta sono invitati ad intervenire, utilizzano per la realizzazione delle opere solo materiali propri del territorio, per cui le opere nascono nell'ambiente, sono legate organicamente ad esso, si mimetizzano nel cuore del bosco che le assimila e le fa sue, trasformandole con il lento passare del tempo.