La Porta nel Mondo Italico Arcaico Felicia - Maria Mazzeo


Mani che si sporcano di terra, mani giovani e veloci per realizzare questa porta di legni e terra che si aprirà sul verde e nel verde, guidate da altre mani forse meno giovani, certo più sapienti e la magia si compie. Nasce a Opera Bosco, Museo di Arte nella Natura a Calcata, La'Porta del Serpillo", che sa di timo e di fuoco, di terra e di vento. Reca con sé i linguaggi antichi della creta con cui è stata realizzata, sapienza dei Falisci e degli Etruschi che in questi luoghi vissero e con questa terra e con il fuoco crearono.Magia. Magia del passaggio verso un dove che è altro. 

Incontrai la "magia" della porta più di venticinque anni fa, durante gli studi e le ricerche per la Scuola Nazionale di Archeologia, e, questa magia non mi ha abbandonata più. Sono un'arcaista e, come si sa, il mondo arcaico è ricco di significati, significazioni, superstizioni e magia. Viepiù nel mondo etrusco, legato ad ogni ritualità fino quasi all'ossessione: Gens ante omnes alias dedita religionibus quod excelleret arte colendi eas (Plinio, Naturalis Historia) Popolo sopra tutti gli altri dedito alla religione perché maestro nell'arte di esercitarla. La porta, la incontrai, dicevo, durante uno studio sulla Tomba dei Leoni di Giada, di Tarquinia, che presentava sulla parete di fondo una "falsa porta" dipinta. Databile ai primissimi anni del VI sec. a.C, di mano probabilmente corinzia ma di spirito, chiaramente, etrusco. 

I Rasenna (cosi gli etruschi chiamavano se stessi) in quell'età cosi antica arcaica appunto, non credevano in un aldilà e pensavano che i loro defunti vivessero una vita "sospesa" nella Cela, cioè nella tomba stessa in cui venivano deposti. Perciò si facevano circondare dalle cose più ricche che avevano posseduto dagli ori, dagli avori, dai buccheri, dai vasi importati dalla Grecia, dalle immagini della loro vita di "signori": dalle gare di cavalli, dalle corse, dai giochi, dai banchetti felici e da scene di musica, che sempre accompagnava la loro giornata terrena, persino nella cucina, preparando i cibi e da ultimo, da scene di vita sessuali (enormemente rivitalizzanti....). Conscia di ciò, non mi bastarono le giustificazioni a questa porta date dai molti studiosi che si erano occupati di queste, finte, dipinte in numero di uno, due o tre in varie tombe del VI e V a.C. La porta in tutte le culture più arcaiche è sempre stata un luogo carico di significati. Fosse porta di cinta muraria o di casa propria, era il luogo di "passaggio" da un fuori hostilis ad un dentro rassicurante. Ostile perché dall'esterno potevano entrare i nemici, delle città e della casa, il timore era lo stesso. 

Ed ecco allora sopperire la religione: una miriade di Daimones spiriti e spiritelli soprintendere alla stessa. C'era il piccolo genio del chiavistello e della serratura, quello del battente e del batacchio; c'era, soprattutto, quello della soglia. Sorrido a volte quando nei filmini americani da soap opera vedo l'usanza made in USA di prendere in braccio la sposa per in-trodurla nella casa. 

Nessun made in USA! E' un gesto antichissimo legato all'accoglimento di una estranea nel clan familiare: la madre dello sposo, ci racconta Servio, spargeva olio di oliva e rosso di uovo (simbolo entrambi di ricchezza e di fertilità) sulla soglia di casa, i maschi parenti della sposa e lo sposo stesso sollevavano colei che si era cinta il capo con il velo color zafferano (nubo, in lingua latina, significa proprio ciò) e, ad evitare che inciampasse la sollevavano oltre. Inciampare nella soglia significava chiaramente, dare inizio alla vita matrimoniale con il piede sbagliato. Magia della porta nelle nozze, magia della porta nella morte. E' di nuovo Servio che ci racconta che, quando si approssimava la fine del capo della casa, del pater-familias, lo si poneva, oltre la soglia di casa, steso al suolo, "ut extremum spiritum redderet ter-rae" affinchè restituisse alla terra il suo ultimo respiro. Restituire alla terra perché sotto il suolo era il regno dei Lares e dei Manes, i defunti antenati della casa e della comunità che non bisognava fare tornare di qua, ma tenere, con cerimonie e riti, buoni buoni, di là. Ogni città aveva il suo Mun-dus: un pozzo profondo che si apriva solo in determinate circostanze, con molta cir-cospezione e in presenza del sacerdote Augure. Tutto ciò che cadeva al suolo, specie se era già calata la serra, doveva essere lì lasciato, perché "di proprietà" di Mani e Lari. Cosi per la porta di casa: se si fa un tour nell'Umbria interna, nelle nostre splendide, piccole cittadine medioevali di Gubbio Spoleto, ecc... si vedono, sulle facciate delle case tre, quattro, cinque porte murate: sono le porte del morto. Quando, nel primo medioevo, ne usciva il capo famiglia, la "sua" porta veniva murata; il nuovo capo di famiglia doveva aprirne un'altra. 

La stessa magia la ritroviamo nella rituali-tà del popolo Ebreo: le unzioni degli stipiti delle porte del tempio con gli oli sacri e il sacro incenso o quelli delle case con il sangue dei capretti della Pasqua. Anche l'ingresso di Cristo a Gerusalemme, così sottolineato dalle sacre scritture con il racconto del passaggio attraverso la porta, è significante di cambiamento di vita e di status. La porta della città nel nostro mondo italico era altrettanto curata e guardata "dal male". Le stesse divinità che compaiono sulle chiavi d'arco o sulle mensole degli stipiti, a Perugia o a Volterra, stanno a "guardia" contro il nemico.

I "ventagli" di tre, cinque o sette falli sulle Porte o sulle Posterule delle mura di Anagni, Segni, Ferentino, Alatri ed altre sono apotropaici, cioè posti in situ contro il malocchio o la jella e difendono ancora, e siamo nel IV sec. a.C, in epoca non più quindi arcaica, le mura e le porte dal Male. Per i credenti cattolici, ancora oggi, Turris Eburnea, Ianua Coeli, Torre di avorio, Porta del cielo è Maria Vergine, che ci difende dall'ingresso del serpente, da sempre simbolo ctonio (cioè legato all'aldilà del male) attraverso il tempo e lo spazio.... Nella tradizione del sud italiano come si racconta nel "Cristo si è fermato a Eboli" questa usanza, rivisitata in chiave cattolica, ancora permaneva, qualche decennio fa: il pavimento non andava spazzato, di sera, perché la polvere avrebbe offeso gli occhi dell'Angelo del Focolare ! Potenza dei riti e delle credenze che travalicano i secoli.