Philippe Daverio


L’ esperienza di Pino Genovese nel bosco Laziale potrebbe rientrare in una serie di riflessioni di tipo artistico che mi porterebbe lontano, ad essere un critico d’arte, ma sono molto meno. I critici d’arte hanno una visione più articolata, io personalmente ho dedicato più o meno il tempo che i critici d’arte hanno dedicato alla cultura romanica, alla statistica. Vengo da un’altra cultura che mi ha portata in un'altra direzione, sostanzialmente ad essere non un critico d’arte, ma un antropologo culturale ed un uomo che si occupa di statistica. Ho avuto come insegnante uno dei più grandi statistici italiani, Brambilla che ha lasciato dei "tomoni" sulla statistica dei sistemi percolativi, sulle oscillazioni e forse anche sui numeri applicati ai boschi. E’ da questo punto di vista che posso fare il mio racconto.La statistica porta all’antropologia culturale, perché porta a fare degli esempi: un gruppo di artisti simpatici che si dedicano ad un bosco è un tema che forse interesserà chi si occupa di comportamentalistica e forse la piccola psichiatria. Dieci gruppi che lo fanno diventano un dato interessante, è un dato da cui si può presumere che stia cambiando il comportamento sociale. Non tutti fanno una cosa come Opera Bosco. Se oggi si fa un percorso intelligente sul territorio europeo, dagli anni degli ecologisti o cio-ecologisti degli anni ’60 come Joseph Beuys e si osservano opere come quelle di Jannis Kounellis o di altri legati alla parte più significativa dell’arte concettuale, allora si capisce che ora sta succedendo qualcosa di nuovo, di diverso: come per esempio interventi con i materiali del bosco o nel bosco con materiali diversi, come per Niki de Saint Phalle con le sue opere in cemento all’interno di un bosco oppure utilizzando dei faretti come Giuliano Mauri che fa delle costruzioni sempre all’interno della natura. E’ interessante tentare di capire il meccanismo mentale che sta a monte. Da un’ottantina di anni gli artisti non servono più, né ai principi, né ai cardinali, né alle grandi costruzioni, né alle grandi chiese o ai nobili. Servono a loro stessi e servono tantissimo ai commercianti che vendono ed ai collezionisti che comprano, poco per soddisfazione e molto sperando di diventare ricchi. Questo percorso sta portando ad un vicolo chiuso, dove lentamente sta soffocando il mondo artistico di oggi, che possiamo dividere in tre categorie: i guru, gli artigiani e gli sciamani. I "Guru" sono quelli che hanno oggettivamente conquistato un’area di credibilità. Kounellis è ovviamente un guru, ha l’aspetto da guru, parla da guru ha una moglie da guru e un percorso artistico da guru, poi ci sono degli aspiranti guru che dicono "da grande vorrei diventare un guru!". Qui si chiude una parte del mondo dell’arte, ma la parte più importante del mondo dell’arte di oggi è fatta da "Artigiani" che sono onesti lavoratori che derivano direttamente dalla vecchia tradizione di fabbricanti di albarelli per i decori dei salotti delle signore che fanno degli oggetti dignitosi che sperano di vendere, perché l’artigiano è confinato nella parte più bassa del mondo dell’arte. Poi ci sono i tipi strani che interessano me in particolare, che sono gli "Sciamani", che hanno vari comportamenti, codificabili. Non necessariamente vedono il denaro come risposta significativa del loro lavoro, sono poco calvinisti, non pensano che il denaro sia un dato importante, ma credono che il rapporto con il mondo dei cieli o tellurico sia molto più potente e vero di qualunque altro….In alcuni casi se ne fregano del successo, non importa avere un negoziante che vende le loro opere. Questa è forse la loro prima caratteristica; la seconda, oggetto di una discussione con un amico. Gino Di Maggio, che mise energia intorno al movimento Fluxus, destinato ad un prevedibile insuccesso, pensa che la cosa che ci distingue in realtà da un artista: è che un artista è un tipo strano che si ricorda mnemonicamente l’energia anteriore al Big Bang e di tutto quello che è successo dopo e questo gli permette di codificare senza applicare metodi razionali, trovando lì l’energia e mediandola nella operazione artistica. Se lo sciamano crede di possedere in se questa energia primordiale dell’umanità, allora posso capire che torni nel Bosco, che costruisca un mondo in cui il percorso sciamanico sia possibile, dove si scopre che l’energia primordiale sta ovviamente e necessariamente all’interno del rapporto con la natura e dove si scopre che il rapporto con la natura è molto più mitico nell’alto Lazio di quanto non possa essere nella bassa Brianza.Ci sono dei luoghi in cui la condensazione storica, la presenza presunta o teorica di fauni e di figure mitologiche dà la sensazione che lo sciamanesimo sia una strada percorribile: alcuni operano con dei linguaggi assolutamente comprensibili, ma dove è necessario invece il senso profondo del fare e dell’andare a toccare la radice delle anime e non solo degli alberi.Un’altra cosa che mi commuove in questo percorso sciamanico è che lo allontana dall’artigianato. L’artigianato promette quasi sempre all’acquirente l’eternità: nessuno ha mai venduto un vasetto senza poter dire "lo lascerai ai bisnipoti". Ma l’arte è effimera per definizione, forse Fidia dura solo un po’ di più di un foglio di Morandi, ma solo un poco di più, se consideriamo gli ultimi 150 milioni di anni che hanno costituito il tempo dell’evoluzione della specie. L’arte è necessariamente effimera e c’è un modo per accettare l’arte effimera fino in fondo: usare dei materiali che per loro stessa natura dichiarano che sono perituri: arte per dover morire. Quindi si opera nel bosco secondo le leggi naturali della natura (sembra un pleonasmo ma cosi è), è così perchè si sa che ciò che si farà durerà per poco. Questo rende il tutto veramente drammatico per chi ha una visione iconometrica del mondo, mentre per chi non c’e l’ha e per chi un po’ se ne frega e non ha questa visione, ed ha il diritto di non averla, questo punto rende la questione molto più attraente, perché crea una cosa che è come il grande spettacolo: va visto in quel momento o non si vedrà mai più. Allora ecco la documentazione editoriale di Opera Bosco, che è molto diversa da quella che il mondo della Land Art ha voluto dare immediatamente di se stessa, quando si è prodigata nell’affidare i sassoni di Richard Long ad ogni museo dell’America del Midwest o ad ogni Kunst Halle tedesca, avviando così un processo di riproduzione generale che ha generato nei collezionisti una grande esaltazione momentanea. Questa, invece, è piuttosto la documentazione che riguarda un pezzo piccolo ma significativo dell’esistenza, che al mio parere merita ampio sostegno. Merita un’attenzione non solo dagli enti pubblici ma anche dalla Comunità alla quale appartiene, che può trovare nella certezza di sapere che in quel dato punto può vedere arte in quel bosco dove gli artisti salvano una parte della nostra coscienza.