La calebass: strumento, economia, estetica, esempio - Costantino Morosin


La calebass, un primordiale strumento atto a contenere liquidi e polveri costituito da una zucca svuotata e poi incisa o pirografata è un bacile semisferico che può raggiungere un diametro  di cinquanta centimetri, raggruppava segni di comunicazione e varie forme di utilità a partire da un unico tipo di supporto vegetale. Utile da almeno quarantamila anni, coltivato da ottomila la calebass si chiama anche: duma in hausa, qara in ebraico, dubb'a in arabo, bian pu in cinese, mati in peruviano.  I fiori, le foglie ed i frutti crudi di queste grosse zucche sono commestibili, se lasciate seccare, il loro pericarpo si indurisce  diventando legnoso e robusto, adatto alla lavorazione. Secondo necessità si poteva scegliere un frutto per mangiarlo o per costruire uno strumento. Con la calebass si sono realizzati bacili, fiasche, tettarelle, copricapo, mestoli, galleggianti, salvagente, sifoni, astucci penici (Nuova Guinea)  e una grande quantità  di strumenti musicali a percussione, a corda, a fiato. Con questi contenitori aperti o chiusi si sono potute sviluppare o migliorare tecniche di impasto, filtraggio, fermentazione, decantazione, cattura o contenimento di pesci, mungitura, produzione del burro, mantenimento dei fermenti lattici; protezione, trasporto, conservazione, condivisione del cibo, trasporto del fuoco. Ma è da sottolineare che la calebass, oltre ad essere commestibile e a servire da contenitore, è stata il supporto più usato, da quello che mi risulta, direi dalla donna, per la creazione di figure e segni significanti in un grande arco di tempo e su tutti i continenti. Questi segni erano pirografati, graffiti o intagliati, processi che assieme all’evoluzione delle impressioni su supporti fittili, altro argomento oggetto di alcune mie conferenze all’Università La Sapienza di Roma, hanno portato ai segni permanenti della scrittura che, in alcune sue radici, conserva sulla superficie  piana il modo spiraliforme che aveva quando questi segni venivano sviluppati uno dopo l’altro sulla superficie sferica della calebass o dei vasi sferici in terracotta che per concetto e forma derivano da questi precedenti contenitori vegetali.  E’ pensabile che all’origine della tecnica della pirografia sia l’esperienza di ferite o bruciature e conseguenti segni permanenti sul corpo umano o su altri supporti. La pirografia della superficie di questi contenitori è eseguita arroventando una lama metallica ma, come ho recentemente dimostrato poteva  avvenire molto prima dell’uso dei metalli con l’utilizzo di una scheggia di pietra serpentina arroventata sulla fiamma. Ho documentato ottimi risultati “estetici“ ottenuti semplicemente graffiando il frutto ancora verde durante il suo sviluppo sulla pianta o modificandone il volume in crescita con una stringa stretta alla stessa. Ho potuto fare queste valutazioni nel villaggio di Ere, sud del Tchad nel 1975, dove sono rimasto alcuni mesi per realizzare dei documentari per conto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.   Uno documentava la costruzione di una diga in terra battuta a protezione delle capanne di un villaggio di pescatori- coltivatori dalle ondazioni del fiume Logone.    La rilettura dei materiali raccolti in quella occasione mi ha fornito lo spunto per mettere in evidenza  il ruolo della calebass nel rapporto fra  territorio, economia ed estetica, oggetto vegetale decorato che per molte migliaia di anni è stato alla se della vita quotidiana soprattutto prima del processo di inurbamento. Anche se non escludo completamente la ricomparsa di calebass sugli scaffali dell’Ikea, A sembra che la zucca abbia fatto il suo tempo, sia come contenitore che come supporto per segni  significanti. Ciò che la zucca ci ricorda e insegna, invece, è il felice rapporto di sostenibilità fra produzione, estetica, uso e smaltimento di strumenti come la calebass nella  prospettiva  della bioingegneria. Probabilmente presto potremmo produrre nel nostro giardino contenitori biodegradabili sui quali scrivere con nuove tecnologie “la dichiarazione dei redditi” o magari da friggere al  gusto di frittura di gamberetti . Ho documentato ottimi risultati “estetici“ ottenuti semplicemente graffiando il frutto ancora verde durante il suo sviluppo sulla pianta o modificandone il volume in crescita con una stringa stretta alla stessa.   Ho potuto fare queste valutazioni nel villaggio di Ere, sud del Tchad nel 1975, dove sono rimasto alcuni mesi per realizzare dei documentari per conto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Uno documentava la costruzione di una diga in terra battuta a protezione delle capanne di un villaggio di pescatori- coltivatori dalle ondazioni del fiume Logone.    La rilettura dei materiali raccolti in quella occasione mi ha fornito lo spunto per mettere in evidenza  il ruolo della calebass nel rapporto fra  territorio, economia ed estetica, oggetto vegetale decorato che per molte migliaia di anni è stato alla se della vita quotidiana soprattutto prima del processo di inurbamento. Anche se non escludo completamente la ricomparsa di calebass sugli scaffali dell’Ikea, sembra che la zucca abbia fatto il suo tempo, sia come contenitore che come supporto per segni  significanti. Ciò che la zucca ci ricorda e insegna, invece, è il felice rapporto di sostenibilità fra produzione, estetica, uso e smaltimento di strumenti come la calebass nella  prospettiva  della bioingegneria.   Probabilmente presto potremmo produrre nel nostro giardino contenitori biodegradabili sui quali scrivere con nuove tecnologie “la dichiarazione dei redditi” o magari da friggere al  gusto di frittura di gamberetti . I nostri antenati tracciando  sulle calebass  segni e  figure del loro clan con diversi  gradi di complessità ed accuratezza mostravano la loro felice territorialità che corrispondeva a quello che oggi chiamiamo ricchezza. Oggi la ricchezza corrisponde quasi sempre, ma non qui a Opera Bosco, a consumo di materiali non rinnovabili e a problemi di inquinamento e smaltimento. Non è facile intervenire soprattutto nel rapporto fra culture, quello che crediamo giusto spesso provoca traumi imprevedibilmente gravi. Nel villaggio africano di Ere, oggetto del mio documentario, che allora aveva trecento abitanti, ad esempio, dovetti constatare che un centinaio di secchi di ferro da dieci litri, donati da una organizzazione occidentale, serviti per trasportare la terra per la costruzione della piccola diga, avevano sostituito altrettante calebass anche nell’uso quotidiano familiare.  Visualizziamo questo oggetto di origine vegetale leggero, che si presenta come una semisfera, che può contenere acqua , latte, yogurt, riso, burro, frutta, sale, sabbia, argilla ecc..., uno  strumento  più o meno decorato, che fra usura e possibili incidenti aveva, nel contesto in cui è stato analizzato, una vita media di tre anni.  Tutte le estati le madri preparavano e poi pirografavano alcune calebass sotto lo sguardo delle bambine che imparavano i motivi grafici delle varie famiglie tramandati da tempi immemorabili e altri segni che definivano l’uso assegnato a ciascuna di queste calebass: dove entrava il latte, ad esempio non poteva andare il pesce, ecc.. Abbiamo visto che una calebass dura in media tre anni, mentre un secchio di latta con manico ne può durare trenta. Mentre le calebass avevano una funzione che andava ben oltre quella utilitaristica i secchi di latta erano diventati una cosa da esibire, simbolo di modernità in quel villaggio rispetto al circondario, interrompendo però uno fra i più importanti  veicoli culturali di quella comunità consistente nell’incisione di figure mitologiche legate alle famiglie, all’origine di quel gruppo, alla funzione specifica di queste grosse zucche essiccate e lavorate.   La pianta di calebass che è rampicante, in molte culture è il soggetto centrale di miti che concernono la conquista del cielo a dimostrazione dell’importanza che ha avuto sulla Terra.  Fra l’aprile e il settembre del 1997, a Opera Bosco - Museo di Arte nella Natura a Calcata, ho realizzato l’opera “Teste”. Sull’elenco dei materiali usati ci sono i “ semi di zucca”, che ho piantato e curato fino ad ottenere due grossi frutti fatti crescere come le teste di due figure antropomorfe . Nella breve scheda dell’opera sottolineavo fra l’altro come un seme sia una meravigliosa piccola  fabbrica ecosostenibile.   Ma alla fine di molte riflessioni credo che la gentilezza sia l’atto più estetico , più economico e allo stesso tempo ecosostenibile che l’uomo può mettere in atto e con questa lo scambio di oggetti portatori di cultura come sono le opere d’arte. Spero che questo secolo sia il secolo dell’economia della gentilezza, della nascita di nuove forme d’arte condivisa, dell’uso di nuovi strumenti  e tecnologie che valorizzino la creatività individuale, che nessuno muoia senza creare memoria. Che valga il lungo cammino dell’evoluzione umana che ogni essere racchiude preziosa.  Cosa è la bellezza, in che vesti si presenta è stato l’argomento  portante di una dotta e divertente recente esternazione di Philippe Daverio. Intervenendo ho introdotto il concetto di identità fra estetica e sostenibilità un argomento che ho trattato fin dalle prime pubblicazioni di Opera Bosco. Il consenso che ho avuto dal pubblico attento e vario, mi fa pensare a un riflesso di cambiamento delle consuetudini dei collezionisti e delle scelte di acquisizione, esposizione e conservazione dei musei. Luoghi che spesso sembrano dei pietosi canili, con opere vicine che si abbaiano contro, narrando la disperazione e l’inutilità di chi non vede in avanti. Altre importanti gallerie pubbliche e private sembrano dei gabinetti con la fila di sofferenti che aspettano il loro turno stringendo le gambe. Quando i cambiamenti decontestualizzeranno questa grande arte, essa apparirà per quello che è, una inutile memoria ai Nomi delle speculazioni. È pura follia inserire, nel contesto dello scambio vitale di concetti e merci, oggetti recenti che moltiplicano il loro valore intrinseco per milioni di volte. Il tuo quadro, la tua istallazione inquinante l’ha pagata la zappa dei contadini africani, l’ha pagata il culo secco dell’operaio o del minatore nell’Asia. Vergognati chiodo. Vergognati muro. E mi rifiuto di pensare che l’umanità debba nella sua migliore stanza, accettare la discarica teoricamente mai bonificabile di molti concetti, opere, forme inquinate prodotte nell’ultimo secolo, che tutta questa quantità seppellisca la qualità della memoria e la dolcezza della natura. Ma alla fine di molte riflessioni credo che la gentilezza sia l’atto più estetico , più economico e allo stesso tempo ecosostenibile che l’uomo può mettere in atto e con questa lo scambio di oggetti portatori di cultura come sono le opere d’arte. Spero che questo secolo sia il secolo dell’economia della gentilezza, della nascita di nuove forme d’arte condivisa, dell’uso di nuovi strumenti  e tecnologie che valorizzino la creatività individuale, che nessuno muoia senza creare memoria. Che valga il lungo cammino dell’evoluzione umana che ogni essere racchiude preziosa. Cosa è la bellezza, in che vesti si presenta è stato l’argomento  portante di una dotta e divertente recente esternazione di Philippe Daverio. Intervenendo ho introdotto il concetto di identità fra estetica e sostenibilità un argomento che ho trattato fin dalle prime pubblicazioni di Opera Bosco. Il consenso che ho avuto dal pubblico attento e vario, mi fa pensare a un riflesso di cambiamento delle consuetudini dei collezionisti e delle scelte di acquisizione, esposizione e conservazione dei musei. Luoghi che spesso sembrano dei pietosi canili, con opere vicine che si abbaiano contro, narrando la disperazione e l’inutilità di chi non vede in avanti. Altre importanti gallerie pubbliche e private sembrano dei gabinetti con la fila di sofferenti che aspettano il loro turno stringendo le gambe. Quando i cambiamenti decontestualizzeranno questa grande arte, essa apparirà per quello che è, una inutile memoria ai Nomi delle speculazioni. È pura follia inserire, nel contesto dello scambio vitale di concetti e merci, oggetti recenti che moltiplicano il loro valore intrinseco per milioni di volte. Il tuo quadro, la tua istallazione inquinante l’ha pagata la zappa dei contadini africani, l’ha pagata il culo secco dell’operaio o del minatore nell’Asia. Vergognati chiodo. Vergognati muro. E mi rifiuto di pensare che l’umanità debba nella sua migliore stanza, accettare la discarica teoricamente mai bonificabile di molti concetti, opere, forme inquinate prodotte nell’ultimo secolo, che tutta questa quantità seppellisca la qualità della memoria e la dolcezza della natura.