1. Ballo, 2021, Anne Demijttenaere, ulivo, terra rossa di Ercolano, la stessa che utilizzavano anticamente i romani per realizzare gli affreschi, cm 300 x 300 x 300 x h. 300. Grandi rami di ulivo, potati e disposti in modo che evidenzia le forme antropomorfe e sembrare dodici giganti rossi che ballano.
  2. Piccolo Teatro d’inverno, 2005, Anne Demijttenaere, blocchetti di tufo, cm. 400 x 1400. Utilizzato soprattutto d’inverno per essere, dei tre teatri di Opera Bosco, quello più soleggiato.
  3. Cacciatori di teste, 2006, Pino Genovese, cm. 50 x 40 x 120, legno scolpito. (nel 2006 le teste erano tre ed esposte nel folto del Bosco) Maschere, teste mozzate di grossi scimmioni, la trasformazione dell’uomo in scimmia e viceversa, primi abitanti con intelligenza diversa. Provengono da un mondo esterno ed estraneo al villaggio. Le teste appese agli alberi trasformano il luogo in natura selvaggia e misteriosa. Il titolo è un gioco ironico, ma anche serio. Un salto nel passato dell’uomo e nella nostalgia della nostra vita ancestrale. “I cacciatori di teste” ridanno vita alla foresta come spazio selvaggio popolato da spiriti e antenati che si contrappone al “villaggio”, (lo spazio organizzato dell’uomo), attraverso un rituale come attaccare le teste sugli alberi del bosco. Il bosco è vivo, è abitato e qualcuno lo difende, vuole impressionare, esibire coraggio. “I cacciatori di teste” svolgono un ruolo di mediatori simbolici fra due mondi, l’interno e l’esterno, sfera domestica e mondo selvaggio, fra villaggio e foresta. Mettono in comunicazione le due componenti del cosmo, il Sé e L’Altro.  La foresta: terribile regno del non umano, mondo selvaggio da cui è assente l’ordine che domina entro i confini della comunità.
  4. Divano, 2006, Anne Demijttenaere, cm. 300 x 150 x h. 125. Blocchetti di tufo. Installazione-arredo-sedile con doppia seduta.
  5. Teatro nuovo, 2019, Jonas Clementoni, blocchetti di tufo, cm. 900 x 600, scenografia: Muro di vento, 2019 Anne Demijttenaere, rami di ulivo, cm. 600 x 200, Tre facce, 2019, Anne Demijttenaere, rami di ulivo, terra rossa di Ercolano, limoni secchi, bambù, aghi di istrice, cm. 300 x h. 200
  6. Madrenaturalmente (madre-natura-mente), 2006, Giancarlo Savino, cm. 40 x 80 x h. 150, tufo, sassi. L’arte nella natura, la natura dell’arte, l’arte come natura, la natura si lascia segnare, ma solo brevemente, l’artista sa che il tempo non è eterno. Per questo, edifica monumenti rituali, totem, segni nascosti e evidenti, della sua presenza, ogni cosa l’osserva, perché la natura non è mai indifferente.
  7. Cappella votiva falisca, cm 260 x 220 x h. 200, piccola grotta di origine falisca, di forma uterina ovale con apertura a collo di bottiglia, scavata in un grosso masso di tufo. Risale all’età del Bronzo, XIV secolo prima di cristo. Insistono altre grotticelle simili sparse sul territorio che suggeriscono un antico percorso rituale propiziatorio. Nel passare dei secoli, come tutte le grotte di questo territorio, diventa un riparo per i paesani, per gli attrezzi ed eventualmente anche per gli animali. Nel corso dei secoli il culto religioso si trasforma e le cappellette votive, diventano edicole architettoniche. Edicola deriva dal latino aedicula, diminutivo di aedes (“tempio”) con il significato originario di “tempietto”. Un tempio miniatura, quindi, per ospitare la statua o la raffigurazione di una divinità. https://www.paeseroma.it/2020/07/17/mazzano-romano-calcata-narce-e-le-cascate-di-monte-gelato/  L’abbondanza di sepolture riferibili all’età del Ferro a Narce, fa intendere l’importanza e la grandezza di ciò che non sarà più chiamato insediamento ma città prestigiosa falisca.
  8. Sospensione, 2015, Francesca Checchi, Maria Pia Picozza, cm. 180 x 140. Realizzata a quattro mani dalle due artiste all’occasione della manifestazione “La donna nell’arte e le artiste nei musei” organizzata da Opera Bosco nell’ambito di un progetto promosso dal Sistema Tematico Regionale MUSART dell’Ufficio Musei dell’Area Servizi culturali della Regione Lazio. Nel Bosco, luogo in continua trasformazione sottoposto alle metamorfosi del tempo, le grotte rappresentano degli spazi immutati che custodiscono la memoria. Le due artiste hanno scolpito la mappatura di questi luoghi nella parete affianco all’ingresso dell’antica cappella falisca che si incontra all’inizio del percorso.
  9. Trono, 1996, Costantino Morosin, tufo, cm. 230 x 170 x h. 120. Grande sedile, orientato ad Ovest, ricavato dissotterrando il grosso sperone di tufo scuro sul pendio del Bosco. Lo stile è quello dei troni installati sulla piazza del Centro Storico di Calcata, realizzati nel 1986 dallo stesso artista sviluppando una permanenza falisca. Questo grande trono nel Bosco sembra uscire dalla terra e dal tempo. L’artista nell’adattare la forma voluta a quella preesistente naturale del materiale ha preferito la massima estensione alla precisa simmetria del manufatto.
  10. Occhio! 2021, Anne Demijttenaere, sezione del terreno, sassi, cm h. 180x 20. Sassi raccolti nella Valle vicino al fiume Treja, accatastati e incastonati nella parete di tufo scolpita.
  11. Amore, 1996, Anne Demijttenaere, basso rilievo cm. 150 x h. 220 su un masso di tufo di cm. 300 x 300 x h. 400. Due grandi figure di un uomo e una donna in atteggiamento erotico, incise con l’ascia sulla faccia Sud di questo maestoso blocco di tufo, arrivato lì per chi sa quale coincidenza e che si alza come un Dolmen. Assieme ad un precedente bassorilievo realizzato nella grotta della via della Scuola, 4, nel Centro Storico di Calcata, si connota come trasferimento sul tufo di alcuni lavori della serie “Eros al femminile” realizzati dall’artista nel 1991. Una serie realizzata su supporti lamellari in forma pittorica, dove l’artista esprime un erotismo solare e allegro in contrasto con la pornografia. Le due potenti figure incise, leggermente diagonali, acquistano maggior forza con la scelta della loro proporzione rispetto al masso che le contiene.
  12. Scalinata, 1998, Anne Demijttenaere eseguito da C. Balaban, blocchetti di tufo, trentasette gradini. Questo tratto di viabilità a scalinata assume un significato che va oltre la funzione. L’uso del materiale locale, il tufo, dunque la mimesi, l’eleganza e il gioco delle proporzioni fra pedata e alzata dei gradini, è il risultato della scelta del tracciato della discesa che così acquista apprezzabili valori plastici. In quest’opera che da oggetto diventa soggetto si possono leggere i caratteri esemplari ed omogenei della viabilità dell’intero Museo. Quest’opera evoca l’architettura della scala che assiema al recinto fu tra le prime forme architettoniche insieme, ventiquattro mila anni orsono, al Dolmen.
  13. Grotta del Toro, grotta di origini incerte, scavata nella parete di tufo probabilmente nella preistoria, mt. 7,40 x 5,50 x h. 2 (3) il pavimento originale è attualmente ricoperto di almeno un metro di terra, le otto nicchie circa cm. 120 x 120 x h.? Antico riparo stagionale di popolazioni nomade di cacciatori raccoglitori del paleolitico. Le otto nicchie, attualmente visibili, probabilmente, dodici all’origine, sono scavate, successivamente quando la popolazione diventa stanziale, circa 3.000 anni fa. È la consacrazione del luogo degli antenati, dove si depositano le urne cinerarie o altri tipi di inumazioni nelle nicchie. Si distingue una linea di demarcazione circolare a metà altezza della parete, che indica due livelli di eruzioni vulcaniche successive.
  14. Toro, 2005, Anne Demijttenaere, basso rilievo inciso sulla parete di tufo, ossido di ferro, cm 200 x 150. La parete tufacea di questa grotta ha una varietà di colori e sporgenze che, come le nuvole, invitano a immaginare delle figure. L’artista una sera, con una luce radente vide il Toro e quindi decise di inciderlo.
  15. Memoria, 2005, Ada Impallara, cm. 27 x 28 xh.10, ciottola scolpita netufo che era foderata di argilla e conteneva acqua di mare di Lavinio. Interpretazione simbolica del desiderio dell’artista di riempire la Grotta del Toro con dell’acqua del mare dove vive.
  16. Fogliarsi, 2006, Francesco Narduzzi, incisione di cm. 180 x h. 80 su un masso di tufo di cm. 200 x h.300. L’artista ha disegnato dei caratteri inventando un alfabeto con il quale scrive sui massi di tufo della Tuscia. Qui ha inciso un omaggio alla vitalità della primavera che fa rinascere l’habitat boschivo.
  17. Senza titolo, 2007, Isabella Nurigiani, masso di tufo scolpito, cm. 130 x 120 x h.300. “Ho camminato nel bosco. Il mio primo sguardo si è soffermato su un immenso masso di tufo sospeso, vicino c’era una grotta. Mi sembrava il negativo di quel vuoto. In quella pietra vi era forma, variazione e improvvisazione. L’interazione con quella materia mi ha regalato una libertà nuova e mi ha suggerito nuovi modi di ripensare, attraverso l’esperienza dell’immaginazione, l’identità e l’esistenza, il movimento e la stasi, il concavo e il convesso”. Isabella, abituata a lavorare il marmo in Versilia con uno scalpello elettrico, considerò la possibilità di portare nel Bosco un gruppo elettrogeno. Resosi conto della difficoltà e della mia reticenza, si fece invece aiutare da suo fratello e dal suo fidanzato. E così, invece del rumore rintronante di quel macchinario, si è diffuso nel Bosco il suono musicale ritmico delle asce che scolpivano la pietra.
  18. Pesci in tana, 2013, Anne Demijttenaere, cm 130 x h. 120, polloni ulivo e orniello, terra rossa di Ercolano. Rami sottili e flessibili piegato e incastrati tra due massi di tufo che suggeriscono le figure di pesci nella loro tana.
  19. Rupe Sud, mt. 15 x 15 x h. 7, antica cava di un tufo particolarmente duro, che gli arcaici costruttori, che ambivano a edificare per l’eternità, apprezzavano particolarmente. Piazzetta scenografica che accoglie, successivamente, negli anni, diverse istallazioni. Stanza dei giganti, 2020, Anne Demijttenaere, rami di ulivo, terra bianca di Meudon. Tre giganti bianchi; uno tracciato sulla parete di tufo e due grandi silhouette, come fossero le ombre dei Titani che hanno scavato, in questo luogo, montagne di blocchi di tufo che forse sono serviti a edificare anche Calcata oltre ai ciclopici muri a secco dei quale alcuni si possono ancora vedere su tutta l’estensione di questo, territorio.
  20. Trono di Sisifo, 2017, cm. 440 x 150 x h. 280, rami di ulivo, orniello, castagno. Istallazione realizzata collettivamente da studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma su un’idea originale della studentessa cinese An Liran. Che scrive: Il tema del trono, come simbolo del potere, mi ha fatto subito pensare al mito di Sisifo. Sisifo è stato un re che è stato punito da Zeus per la sua sfrontata audacia. Zeus lo condanna a dovere spingere un masso dalla base alla cima di un monte, che, come raggiunge la cima, rotola nuovamente alla base del monte. Sisifo è condannato quindi, ogni volta, a ricominciare a spingere il masso in cima al monte per l’eternità. Le interpretazioni del mito di Sisifo sono numerose e contradittorie. Lucrezio scrive che la ricerca del potere, è di per sé una “cosa vuota”, viene paragonata al rotolare del macigno dalla collina e ritiene che le ambizioni siano pericolose perché allontanano l’uomo dalla saggezza. Per Johann Vogel, Sisifo è il simbolo per continuare una guerra insensata. Mentre Albert Camus scrive che “bisogna immaginare Sisifo felice” come se “la lotta stessa verso le vette fosse sufficiente per riempire il cuore di un uomo” e Pindaro: “O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile”. Nel caso di questa installazione a Opera Bosco va interpretato come la fatica del popolo che sostiene eternamente il peso del potere del quale non riesce a liberarsi.
  21. Guardando le fronde, 2021, Anne Demijttenaere, rami e radici di orniello. Grande faccia sorridente distesa al suolo.
  22. Convegno, 2021, Anne Demijttenaere, cm 400 x 150 x h. 180, tronco secco di ulivo posato su una lastra di tufo affiorante dal suolo, rami di orniello, terra rossa di Ercolano. Sei volti che guardano passare il visitatore.
  23. L’Onda, 2021, Jonas Clementoni, mt. 30 x h. 4, prugnolo, orniello. Grande spirale che s’innalza dal suolo andando srotolandosi su decine di metri, costeggiando il dirupo della Valle, al disopra di una serie di terrazze scavate nel tufo.
  24. Terrazze, 1955, un susseguirsi di sette terrazze di circa 100 mq ciascuna, che si sovrappongono e s’incastrano andando scendendo lungo il dirupo affacciandosi sulla Valle. Realizzate, come opera di bonifica, nel quadro della riforma agraria del 1950 con le concessioni di terreni, in enfiteusi, alle famiglie di Calcata. Bordate e scandite da muri a secco alzati con blocchi di tufo di forme diverse estratti, a mano, dalle stesse pareti che le circondano lasciando dei massi di pietra sporgenti dalle forme che evocano un arredo incorporato. Numerose piante di Erica crescono facilmente su questo versante Sud molto protetto. L’ultima terrazza è un belvedere con vista sull’antica Calcata arroccata in mezzo alla Valle omogeneamente verdeggiante.
  25. Abbraccio, 2021, Anne Demijttenaere, cm. 200 x 100 x h. 120, rami di erica, masso di tufo
  26. Acquario con pesci, 2021, Anne Demijttenaere, cm. 200 x 600 x h. 250, con rami ulivo, orniello, alberi, terra rossa di Ercolano.
  27. Drago Muro, 2020, Jonas Clementoni, Anne Demijttenaere, Simone Bomarsi, mt. 18 x h.3, antico muro a secco crollato ricostruito e rimodellato nella forma di un grande animale marino immaginario a doppia testa, una a ciascuna estremità e altre inserite nel corpo. I blocchi di tufo utilizzati per il restauro sono stati ricavati da massi squarciati dalle radici degli alberi e caduti nelle vicinanze.
  28. Rospo, 2021, Anne Demijttenaere, cm. 150 x 60 x h.60, masso di tuffo scolpito e sassi della Valle.
  29. Testa piatta, 1996, Costantino Morosin, cm. 40, Tufo scolpito, muschio.
  30. Lacqua HO2? 2018, cm. 100 x h. 700, polloni di orniello. Istallazione realizzata nel corso di un laboratorio con un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Suggerisce una cascata di acqua che esce da sotto un masso di tufo in bilico in cima alla parete. Grande parete che è stata già diverse volte il canvas per la realizzazione di grandi istallazioni realizzate collettivamente da gruppi di studenti.
  31. Divinità, 2015, Anne Demijttenaere, masso di tuffo scolpito, muschio, cm. 150 x 80 x h. 300. Alto rilievo, realizzato all’occasione della manifestazione “La donna nell’arte e le artiste nei musei” nel 2015 nel corso della quale furono invitate esclusivamente artiste donne a realizzare istallazioni a Opera Bosco. Citazione della divinità della fertilità della preistoria; solitamente, piccolissime figure femminili tascabili, invocate per diversi riti propiziatori.
  32. Coccodrillo, 2021, Anne Demijttenaere, cm 200 x 100, basso rilievo del profilo di una testa di coccodrillo sul masso di tufo vicino alla sorgente scontornato con della terra ocra.
  33. Stanza dei ragni, 2009-2021, Anne Demijttenaere, cm 600 x300, massi, lapilli di tufo, sassi, rami di nocciolo/ulivo, terra, alberi. Installazione in continua evoluzione, come la Rupe Sud, la Stanza dei Ragni accoglie, di anno in anno, nuove opere o modifiche all’ammassamento di lapilli che continua a crescere e si trasforma di anno in anno.
  34. Dragone, 2021, Anne Demijttenaere, mt. 28 x h.1,40, rami di quercia, masso di tufo, grotta di argilla fossile, rami di ulivo, terra rossa di Ercolano. Grosso serpentone che s’infila nel cunicolo e la cui testa esce dalla grotticella più in alto a sinistra.
  35. Cunicolo, VI sec. a.C., apertura: cm 40 x 100. Stretto tunnel di forma ogivale scavato in uno spesso stratto di argilla fossile, alla dimensione del corpo umano. Fa parte di un complesso sistema di raccolta di acqua di epoca falisca, in modo da captare le acque filtrate dagli strati superiori del terreno e percolazione delle pareti. Fino al 1990, l’acqua usciva di questo cunicolo che si è asciugato in seguito alla realizzazione di diversi pozzi.
  36. Drago dalle 42 zampe, 2017, Anne Demijttenaere, mt. 15 x 1,20 x h. 3, quercia, ailanthus, ulivo, terra rossa di Ercolano.
  37. Treccia della solidarietà, 2015, Oriana Impei, masso di tufo, cm 120 x 40, blocchetti di tufo, cm. 220 x 25 x h. 10. Treccia che rimanda ai nodi etruschi, scolpiti in basso rilievi sulla pietra e che furono ripresi dai cristiani come simbolo per unire le credenze.
  38. Impronta, Anne Demijttenaere, 1995, 178 x 70. Impronta del corpo dell’autrice Anne Demijttenaere scolpito sullo stesso masso della Treccia della solidarietà. È stato il primo intervento realizzato nel Bosco, che firma e segna l’inizio della realizzazione del percorso di Opera Bosco.
  39. Le 7 facce di argilla, 2021, Anne Demijttenaere, sassi di argilla fossile cm. 300 x 180. Un gioco di sette facce formate ogni una da quattro pezzi di argilla fossile.
  40. Campana, 2021, Anne Demijttenaere, polloni di orniello, cm 200 x 800. Gioco dell’infanzia tracciato abitualmente, dai bambini, con il gesso nei cortili, disegnato qui con dei rami. Il gioco della campana risale all’antichità dove era praticato dai romani come esercizio di allenamento atletico anche per gli adulti. Sembra che un suo tracciato, inciso sul lastricato dell’antico Foro Romano, sia ancora visibile.
  41. Ritratto di Costantino, 2021, Anne Demijttenaere, orniello, cm 300 x 300 x h. 200. Emerge dalla bocca di un piccolo vulcano di terra battuta.
  42. Sasso rosso, 1998, Anne Demijttenaere, tufo rosso inciso, cm 20 x 10. Raccolto sulla spiaggia di Jardim do Mar sull’Isola a Madeira, in mezzo a centinaia di grandi sassi ovoidali di basalto nero lucidi di acqua di mare
  43. Forno, piccolo masso di tufo scavato che suggerisce l’antico arredo incorporato usato come forno forse per cuocere del pane.
  44. Fonte viva, 1996, Costantino Morosin, mt. 50 x 40. cornucopia fontana scolpita nel tufo e stagno scavato e foderato di argilla alimentato dalla piccola sorgente con una portata di quattro litri d’acqua al minuto. È un sistema di interventi estetici correlati su uno spazio di circa 200 metri quadrati. La manutenzione fa parte del gesto creatore che frequenta i rigagnoli di acqua sorgiva che convergono sulla fontana realizzata su un salice vivo ed un cono di tufo. Un successivo piccolo stagno amplifica l’elemento acquatico e attira su di sé altre forme viventi non ancora stanziate.
  45. Cuore, 1996, Costantino Morosin, tufo, cm 80 x 80 x 80. Vaschette a forma di cuore che raccoglie l’acqua piovana. Dall’istallazione fanno parte anche due massi contigui attraversati dal sentiero: uno con segni antropici, l’altro scolpito dall’artista ad immagine del precedente.
  46. Trono dell’acqua, 1996, Costantino Morosin, cm. 300 x 220 x h. 130. Grande sedile scolpito nel masso di tufo. Questo trono è un esempio di arredo incorporato, stile che si lega alla tradizione falisca. È scolpito in un grosso masso di tufo che assieme ad altri serve di barriera di contenimento tra due terrazzamenti. Lo si intravede di fianco dove la sua forte plasticità è come mimetizzata dalla forma naturale del masso. I licheni che hanno coperto quest’opera sembrano mitigare il carattere igneo del tufo, polvere vulcanica caduta dal cielo, ora solida e porosa, che ben trattiene nella sua superficie l’humus che permette a questo materiale di rivestirsi di vita.
  47. Pietra di Fonte, 1996, Costantino Morosin, cm. 53 x h.90, tufo. Figura antropomorfa a mandorla posta lungo il rigagnolo fra lo Stagno e il Trono dell’acqua. In questa sono evidenti dei seni femminili e sotto questi una piccola mensola, lungo dove si raccoglie, appena rinvenuto, ogni frammento fittile di vasi prodotti da donne nell’antichità.
  48. Televisore, 1997, Costantino Morosin, cm. 40 x 60 su un masso di tufo di cm. 300 x 300, tufo. Scavo a forma di tubo catodico. Opera che intende anche datare l’insieme delle opere di tuffo realizzate dall’artista a Opera Bosco. Il tema del televisore diventa qui come piccola porta del tempo che ci riconduce all’archetipo della forma ogivale.
  49. Stanza naturale, 1996, Costantino Morosin, mt. 12 x 13, figura femminile cm 250 su un masso di tufo di cm 350 x 230 x h. 180, tavolo cm 220 x 220 x h. 100. Ultima propaggine di un terreno a terrazze che si affaccia sulla Valle del Treja, questo luogo è stato chiamato Stanza naturale perché si pre¬sentava come uno spazio antropizzato e, come il Teatro, è coperto dalle chiome degli alberi a crea¬re un volume interno velato. Il primo intervento è stato il rafforzare l’immagine e la fun¬zione di tavolo del masso di tufo centrale semi infossato nel terreno, sovrapponendo a que¬sto “piede” un ulteriore elemen¬to scultoreo orizzontale che comprende una doppia cista. Intorno sono stati disposti dei blocchi squadrati come sedute. Completa la circolarità dell’istallazione un muretto a secco preesistente ricoperto di muschi. Sul masso a nord è stata scolpita la gran¬de figura femminile sdraiata che appare improvvisamente e meraviglia per il suo plasticismo e per la sua disinvolta postura che trova equilibrio con i volumi del masso del quale fa parte, integrata dalla continuità biologica e cromatica dei liche¬ni che ricoprono l’insieme del¬l’opera. Fonte viva, Trono dell’acqua e Stanza naturale formano un trittico di opere-ambiente che si incontrano lungo il percorso nel Bosco nell’ordine cronologico con il quale sono nate. L’acqua di Fonte viva rappresenta la nascita, il suo fluire lungo i rigagnoli il tempo. Trono dell’acqua l’arte e il lavoro umano. Stanza naturale con la figura stesa, la vita. Tavolo la memoria.
  50. Acrobata, 2021, Anne Demijttenaere, rami di ulivo, cm 90 x 60. Piccola figura antropomorfa che si arrampica tra le due grandi querce.
  51. Drago con ricci, 2021, Anne Demijttenaere, tronco e radici di orniello, sassetto, cm 300 x h. 200. Mette in evidenza la forma peculiare di questo lungo tronco sottile che per trovare la luce si è curvato ad angolo quasi retto e che ora figura come il collo raddrizzato del Drago piccolo.
  52. Teatro di Pan, 1995/1996 e con successivi interventi di manutenzione di cui l’ultima nel 2021, Anne Demijttenaere. Terra battuta, polloni di essenze varie, metri 15 x 25. Walter Maioli, musicista, compositore e paleorganologo, che inaugurò questo teatro nell’ottobre del 1996 ha scritto sul manifesto: i suoni degli strumenti musicali preistorici vanno uditi non nei normali teatri, ma negli ambienti naturali, in quanto a seconda delle proprietà sonore dei diversi ambienti, sono capaci di generare effetti acustici di notevole impatto. Solo così, inoltre, questi strumenti sono in grado di entrare nel paesaggio, riflettersi e fare risuonare gli ambienti, creare echi, riverberi, vibrazioni oscillanti, armonici simpatici, battimenti, All’interno di OPERA BOSCO, il “Museo di Arte nella Natura” di Calcata (30/40 km a nord di Roma), ideato e realizzato da Anne Demijttenaere e Costantino Morosin, c’è un teatrino naturale, una radura cento posti a sedere ricavati con gradoni nella terra della collina alberata, tutto è immerso nel verde, che fa da fondale totale insieme ai canti degli uccelli e allo scorrere del fiume. In questo teatrino non c’è elettricità, quindi né luci artificiali né impianti di amplificazione, ma c’è ben altro da scoprire. I suoni dei corni e delle conchiglie tromba riecheggiano sulle fiancate della valle, mentre i fischietti e i flauti sembrano irradiarsi ovunque in riflessi sonori continuamente variati dalla vegetazione, dalle foglie che si muovono al vento e che si trasformano seguendo le stagioni. Rombi volanti, legni percossi, sonagliere di semi e conchiglie in questo magico amplificatore producono suoni che sembrano provenire da chissà dove, capaci di giungerti alle spalle, ruotare sul terreno, apparire in un angolo per poi scomparire e improvvisamente riapparire nell’angolo opposto. Il tutto attraversato da una luce naturale in continua variazione e filtrata non da gelatine sintetiche ma dalle foglie. Questo teatrino, che ho avuto l’onore di inaugurare nell’autunno del 1996 e che ho chiamato il Teatro di Pan, è l’esempio di come si può creare uno spazio nella natura per l’arte e la ricreazione. Dovrebbero essercene in tutti i parchi, insieme a maggiori aree interdette al cammino e ai suoni umani. Compresi quelli degli aerei. Perché il “silenzio sonoro dei boschi” è sacro a Pan, il suo protettore, e chi lo viola è condannato al panico.
  53. Madre Terra, 2016, Andriani Kalogridi, Zainab Asaad. Cm 120 x h. 200, rami misti. Istallazione realizzata a quattro mani dall’artista greca e siriana nell’ambito della manifestazione “Il Trono, simbolo del potere”. Ispirandoci all’aspetto umido e scuro per evocare il grembo materno della Grande Madre Terra abbiamo realizzato un’istallazione all’immagine dell’intimità femminile in combinazione con quella del Trono, per ribadire l’importanza della sacralità della Madre Terra. Il Trono inteso come simbolo di regalità umana e divina per enfatizzare il potere poliedrico della vulva sacra e la sua integrazione nello sviluppo del nostro essere.
  54. La quercia, 2020, grande quercia caduta, antropizzata con dei sassi posati sul tronco.
  55. Senza titolo, 2005, Giancarlo Savino, tufo scolpito, cm 100 x 100
  56. Linfa vitale, 2010, Oriana Impei, tufo scolpito, cm. 200 x 100 x h. 60. La forma plastica allude a quella di una foglia e dei suoi vasi e contemporaneamente allo spermatozoo portatore di vita. Il tufo ha assorbito l’essenza del fluido che scorre nei vasi delle piante divenendone parte integrante e la vitalità pulsa dal rilievo della pietra che vive. Siamo un’unica essenza anche se in forme diverse.
  57. Corsaletti per alberi, 2007, Oriana Impei, cm. 200 x 200 x h.160, travertino, peperino, tufo. Il Bosco a Calcata con gli enormi massi di tufo e le suggestive grotte mi hanno fatto pensare ai dolmen e ai leggendari Menhir le “pietre lunghe” da cui le forme allungate come stele e foglie scolpite che hanno le loro ramificazioni scolpite con motivi serpeggianti come le vene che pulsano di vita.
  58. Sassi di Naxos, 1999, Anne Demijttenaere, sassi di marmo di Naxos, tufo, muschio, cm. 30 x 30 su un masso di tufo di cm. 300 x h. 300. Sassi bianchi, trovati sulla spiaggia di Apollonas sull’Isola greca di Naxos. Frammenti di marmo scolpiti dalle onde del mare, incastonati su un grosso masso di tufo poggiato in bilico sul pendio. La leggerezza dell’intervento dà a questo volto piatto, che si percepisce da lontano la magia delle infinite identità, evocando, stranamente, anche la maschera d’oro di Agamennone.
  59. Baccio, 1996, Anne Demijttenaere, basso rilievo cm. 100 x h. 200, su un masso di tufo di cm. 200 x 200 x h. 300. Grosso masso di tufo piantato nel terreno, scolpito a forma di sedile. Sullo schienale, ondulato, è scolpito il basso rilievo delle figure di un uomo e una donna sdraiati in atteggiamento amoroso. Bacio è un’opera della serie “Eros al femminile” e si connota per la levitante orizzontalità delle figure, la delicatezza dei gesti e la fluidità delle linee incise. Come le altre opere su tufo si colora delle varie tonalità dei muschi che la ricoprono nel susseguirsi delle stagioni.