Rete culturale per l'integrazione attiva

Pubblicazione – Introduzione
Abbiamo il piacere di pubblicare le relazioni degli illuminanti interventi analitici, propositivi e poetici dei docenti di diverse discipline che hanno partecipato al Seminario “Dalla Selva Oscura all’Arte nella Natura” del 21 maggio 2022 a Opera Bosco, a Calcata. Un Seminario “anomalo” per accogliere e congiungere diversi saperi che confluiscono nel comune denominatore dell’Arte nella Natura.
Per dare seguito all’evento, l’incontro si è concluso con la proposta di creare una “Rete culturale per l’integrazione attiva” permanente, coordinata da Opera
Bosco, di scambi di idee, informazioni e azioni.
Una nascente Rete che sta alzando altri interessi sul territorio come quelli dell’archeologia e di chi non era presente il 21 maggio scorso per altri impegni.
Pensiamo, per tanto, di organizzare un altro incontro in autunno per allargare e arricchire il dibattito e magari intraprendere qualche azione virtuosa in grado di
incidere sulla realtà; a dimostrazione della verità delle ormai celebri parole di Didier Raoult “abbiamo il diritto di essere intelligenti” e rendere efficacia l’augurio di Fabio Caporali che scrive “una Rete che può essere di grande utilità pubblica per la costruzione di iniziative per la pace e la coscienza ecologica.”
Coinvolgere il mondo dell’economia/produttiva anche per confrontarla a quella della natura che s’ingegna sempre a produrre il più con il minimo di dispendio energetico. Fare tanto con poco, come si dice. In contrasto con il sistema consumista dell’usa e getta, che sembra destinato a produrre solo catastrofi ambientali sempre più evidenti e incalzanti.

Relazioni

“Dell’Arte nella Natura”
Come presidente e curatrice di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura sono molto lieta di accogliere, in questo piccolo e significante luogo di arte e cultura, la proposta di coordinare la nascente “Rete culturale per l’integrazione attiva”.
Noi non abitiamo nella natura, ma nella nostra relazione con la natura ed è, ormai, chiaro che la relazione saccheggiatrice/rapinatrice/guerriera, del nostro attuale sistema economico/produttivo, con il Mondo ci sta portando verso l’apocalisse.
Opera Bosco nella sua dimensione umile e senza grandi proclami, ribalta il processo produttivo attuale realizzando istallazioni con i materiali naturali dello
stesso bosco, in sintonia con l’ambiente, in tutti i suoi passaggi, ponendosi, automaticamente, come indicatore, strumento e modello estetico, di interazione simbiotica con l’ambiente naturale.
Con il suo alfabetismo iconico, che richiama gli archetipi originari, la realizzazione delle istallazioni in Opera Bosco non lascia distanza tra quello che dichiara e quello che è: una realtà dove il particolare estetico è sempre in consonanza con la sua ambizione artistica-ecologica.
Nel corso delle attività laboratoriali è stato riscattato, con successo, l’antica usanza del lavoro collettivo, esplicitando così il fattore moltiplicatore della capacità creativa.
Creatività materiale e immateriale in simbiosi con l’ambiente, che si presenta come adiuvante alla nascita di un nuovo pensiero fondativo per la costruzione di una società ecologica, solidale e condivisa.
Opera Bosco è uno spazio fisico e poetico aperto agli artisti, al pubblico e alla didattica, dove si realizzano istallazioni d’arte estendendo il concetto di estetica all’ecosistema. Un luogo antico già magico di sé, trasportato nella contemporaneità e modellato sulla spinta della mia indole di artista ed
ecologista. Mi sono immersa in questo Bosco nella consapevolezza di volere confrontarmi con uno spazio fisico e mentale ampio da scoprire, inventare e nel quale avventurarmi nell’imprevedibile. Uno spazio di libertà come rifugio e alternativa all’asfittico, truccato e frustrante “sistema dell’arte”, che ho
frequentato per alcuni anni come pittrice.
Sin dalla sua nascita, Opera Bosco è stato riconosciuto d’interesse per la collettività dalle più importanti istituzioni pubbliche. È detto luogo d’incanto dal
pubblico e di valore scientifico dall’accademia. Ha dimostrato, anche, nel corso di questi decenni di essere, implicitamente, il divulgatore originale di un modus che ha stimolato la nascita di altre realtà simili diffusesi su tutto il territorio nazionale. Un avvenimento che si presenta come una rinascita di espressione artistica popolare. Un fare arte che parte dall’impulso creativo in essere, che si confronta direttamente con il territorio e si esprime senza preoccuparsi del “mercato” dell’arte né dei suoi sofisticati e sempre meno comprensibili/credibili teorici. Un fenomeno importante per il suo significato simbolico che narra della volontà profonda di un cambiamento epocale della gestione del Mondo e che segna anche il gusto di adoperare l’energia del corpo in modo produ-creativo e non solo ginnico. Un movimento “clandestino” rispetto alla non testimonianza dei santoni del “sistema dell’arte” che non vedono oppure che ignorano, volutamente, tutto quello che non si associa direttamente alla possibilità di speculazione economica; di fare business.
L’Arte nella Natura è un fare arte legato al senso di appartenenza al totale. Sostituisce i meccanismi attivi del consumismo che, con la propagazione della
produzione di opere biodegradabili, si pone come tramite per la trasformazione della società della rincorsa allo status symbol, verso una società nella quale, le passioni e la creatività diffusa diventano i valori fondamentali di riferimento
costituzionali, istituzionali e filosofici.

L’idea di valorizzare la ricorrenza dantesca nel contesto di un museo come Opera Bosco, a vocazione contemporanea, ci è sembrata particolarmente appropriata e evidenzia la vocazione interdisciplinare che ritengo favorita in un territorio come quello di Calcata, caratterizzato da una concentrazione di molteplici e differenti risorse culturali.
È un contesto che l’Amministrazione considera importante promuovere attraverso interventi mirati, che sono stati oggetto, nell’ultimo anno in particolare, di progetti e domande di finanziamento di cui siamo orgogliosi poiché perlopiù andate a buon fine. Non è questa la sede per approfondire la natura di questi progetti. Basterà dire che lo spirito è quello di sostenere strutture culturali esistenti, metterne in campo nuove e favorire la relazione di
rete tra le realtà culturali presenti nel Comune. Tra queste, consideriamo di particolare importanza, lo stretto legame tra patrimonio culturale e naturale, sia esso archeologico o contemporaneo, esistente in molti ambiti del nostro territorio e che costituisce aspetto di estremo interesse e fortemente
caratterizzante.
Calcata non è un borgo storico che necessita di promozione, visitato com’è ogni fine settimana da centinaia di turisti. È necessario, tuttavia, richiamare
l’attenzione nel territorio nel suo complesso, invitare a conoscere e frequentarne le ricchezze, mettere in campo nuove strutture e azioni di comunicazione. A questo si sta dedicando l’Amministrazione. A questo contribuiscono iniziative come quella odierna, organizzata da Opera Bosco, a conferma del fondamentale ruolo dei musei regionali laziali, propulsori culturali dei borghi storici.

Ho trovato molto bella l’idea di ambientare all’interno di Opera bosco. Museo di Arte nella natura un seminario dedicato ad approfondire la metafora dantesca della “selva oscura” attraverso un confronto interdisciplinare che trovi sede, propriamente, in un bosco. Una modalità di grande interesse e originalità per valorizzare la ricorrenza del settimo centenario dantesco, i cui calendari culturali sono stati ritardati dalla pandemia. L’originalità, d’altronde, distingue da sempre questo particolare museo che, con grande anticipo nei tempi e luminosità di visione, ha posto al centro della propria identità il tema della cura del pianeta e della sua salvaguardia, affermando così che l’arte, a riguardo, possa avere molto da dire e da fare.

Dalla nascita di Opera Bosco nel 1996, diversi musei giardino e musei nella natura sono stati creati. Ma non tutti questi musei hanno vocazione ambientalista. Non basta intatti porre un’opera d’arte in un bosco o in un giardino per significare l’importanza di prendersi cura della Terra. L’idea che caratterizza Opera Bosco è ben diversa, e parte dal presupposto ontologico che se vogliamo salvare il nostro pianeta dobbiamo occuparlo con rispetto, con leggerezza e bellezza, senza lasciare tracce indelebili sulle spalle delle future generazioni. Ne consegue che le opere di questo museo non sono solo nella natura ma, create con la natura, ne vivono il ritmo.
Se accogliamo l’idea che la miopia con la quale ci relazioniamo al nostro pianeta costituisca una delle selve più oscure del contemporaneo, apprezziamo ancor più la natura di questo luogo e il lavoro infaticabile che i suoi curatori hanno realizzato e continuano a compiere, ai quali va sinceramente la gratitudine dell’Amministrazione e della comunità di Calcata.
L’immagine dantesca della selva oscura e dello smarrimento della retta via, com’è noto, ha origine nella letteratura antica e investe profondamente
l’esperienza umana dalle sue origini. La ritroviamo nel racconto orale delle fiabe fino ai poemi cavallereschi. In tutti i casi, tuttavia, il bosco si attraversa per comprendere, attraverso l’esperienza della paura e dell’incertezza, noi stessi, per misurare la nostra forza, per aprirci alla trasformazione. Contenuti che possono rivestire una valenza individuale quanto sociale.
Se è chiaro che si attraversa una selva oscura per raggiungere una luce nuova, potrebbe essere interessante individuare le “selve oscure” del contemporaneo, per immaginare possibili percorsi di cambiamento. Viene immediato identificare la pandemia come selva oscura, in tutte i suoi aspetti personali e collettivi, ma anche la crisi ambientale, con la scarsa lucidità di pensiero che presuppone.
A questi boschi oscuri vorrei accostare anche quello della solitudine. La mancanza di reale condivisione, la dimensione di isolamento umano, la scarsa
aggregazione e partecipazione, caratterizzano oggi la società occidentale, determinando sofferenza individuale e disgregazione sociale. È proprio la
mancanza di coesione che spesso vanifica gli sforzi necessari per affrontare importanti battaglie sociali, tra cui la sfida per la tutela dell’ambiente.
In tale contesto il ruolo delle istituzioni culturali, tra cui i musei, le biblioteche, i centri sociali, le realtà associative, siano esse pubbliche o private, può essere di grande importanza, proprio per la propensione a favorire l’aggregazione, la vicinanza e la promozione di una dimensione più umana. Da qui il compito importante di coloro che si occupano del “governo”, ovvero che amministrano il bene pubblico, di sostenere tali realtà, di non lasciarle a loro volta sole. L’impegno dell’Amministrazione di Calcata a promuovere e creare reti tra tali soggetti, presente nelle intenzioni, si rivela a volte di difficile attuazione, a causa delle infinite incombenze che gravano su un piccolo comune. È tuttavia un obiettivo chiaro al nostro sguardo, che ci proponiamo di perseguire con ferma intenzione e azione, nella convinzione che il nostro ruolo sia quello di favorire le iniziative dei cittadini presenti e vitali, piuttosto che coltivare il protagonismo istituzionale.

Un saluto ai presenti e un grazie alla comunità di Calcata ed ai suoi rappresentanti istituzionali. Stiamo condividendo una giornata ricca di sensazioni e scambi positivi e mi preme sottolineare l’impegno di Anne Demijttenaere, ispiratrice di percorsi artistici e culturali di rara sensibilità, che sappiamo aver fondato questo straordinario Museo di Arte nella Natura, con l’artista Costantino Morosin, anch’egli instancabile performer e originale curatore di eventi d’arte. Un luogo magico, nel  quale oggi il bravo Jonas Clementoni ci ha guidati e che ci ha mostrato con ricche  suggestioni e con spunti creativi. 

Si rinnovano esperienze e sensazioni che ho avuto io stessa il piacere di fare insieme negli anni scorsi, attraverso i progetti comuni promossi dal Ministero della Cultura, e che oggi offrono nuove opportunità progettuali e nuovi elementi di attenzione. L’esperienza innovativa e l’attività costante di Opera Bosco le ha assicurato la presenza in diverse iniziative del MiBACT: nelle edizioni della Biennale di Architettura di Venezia 2014 e Biennale di
Arte nel 2015, come nei riconoscimenti acquisiti attraverso le selezioni per il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, nella costante attività di presidio dei luoghi naturali di cui oggi stiamo godendo.
E la Selva Oscura alla quale si fa riferimento nel convegno di oggi offre certamente più interpretazioni e motivi di riflessione. Può dirsi luogo di smarrimento, in cui si può perdersi nel cammino: uno smarrimento che ci assale per il contesto difficile che stiamo vivendo, con una difficile e controversa ricerca dei valori della pace che ispirano i principi nei quali ci riconosciamo: cultura della solidarietà, della integrazione, della partecipazione democratica alla vita collettiva, della difesa delle risorse naturali e delle libere espressioni culturali.
Ma la Selva Oscura è anche descritta da Dante come selvaggia, aspra e forte, e tutto ciò offre moltissimi ulteriori spunti di riflessione. Io voglio soffermarmi sui contenuti non necessariamente negativi che questi termini evocano nella accezione di oggi: elementi che anzi negli anni ci portano a dover apprezzare la naturalità residua dei luoghi, di cui spesso non valutiamo sufficientemente il reale valore e che non trattiamo con il necessario rispetto.  Dunque, per contro, una diritta via che per noi potrebbe intendersi quella della sostenibilità, dei comportamenti virtuosi, del rispetto per le risorse naturali, che sono esse stesse anche risorse culturali, come ottimamente ci dimostra il luogo in cui siamo. E negli esempi di diritta via c’è certamente Opera Bosco, che Philippe Daverio ha definito come “un intervento nel cuore della natura con l’attenzione di non disturbarla”, un luogo dal “denso sapore di poesia”.
Ed oggi c’è più che mai bisogno di attenzione a quelle risorse naturali e culturali che si intrecciano nei territori del nostro quotidiano. Possiamo farlo partendo dal nuovo Art.9 della Costituzione di cui una modifica recente ci offre occasione di rinnovata attenzione, specie in un momento così difficile per il contesto anche internazionale.
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Viene infatti riconosciuto il principio di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Il tutto accanto alla già vigente tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della Nazione.
Sono modifiche in linea con la normativa europea che si allineano con le indicazioni del Consiglio d’Europa e dei suoi strumenti. Tra questi la Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale per la società, che rinnova radicalmente il concetto di patrimonio culturale, di riconoscimento di valore e di partecipazione attiva delle c.d. comunità di eredità. Principi che rafforzano e integrano i valori della Convenzione Europea del Paesaggio e dei sui esempi di concreta applicazione che Il Premio COE evidenza come interventi che siano il risultato di politiche sostenibili ed integrate con il territorio di appartenenza (sostenibilità), che rappresentino modelli significativi di buone pratiche (esemplarità), e che coinvolgano le popolazioni nelle varie fasi di realizzazione (partecipazione), che operino per la  consapevolezza del valore del patrimonio presente sul territorio (sensibilizzazione).
Perché il paesaggio nel quale ci muoviamo è quello che la Convenzione Europea individua nel paesaggio della vita quotidiana, del nostro vissuto, spesso di eccezionale qualità come quello dei parchi e delle riserve o delle distese del paesaggio rurale, o dei tanti borghi tradizionali, di cui ad esempio Calcata è bellissima espressione, in stretto collegamento con i valori immateriali che rappresenta e che animano i territori considerati. 
Un paesaggio in trasformazione, spesso in naturale e non prescindibile trasformazione: la natura si trasforma, le persone con il proprio vissuto la
trasformano: ma in quale misura è utile farlo? Si invoca una più rigorosa valutazione delle esigenze di carattere ambientale. Ma occorre mantenere
prudenza in tal senso. È necessario non sovrapporre i bisogni collettivi, non porli in competizione tra loro, ma muoversi delicatamente, con interventi non invasivi, di qualità, di rispetto dei valori del territorio e della sua storia, verso un più mirato bilanciamento tra esigenze di tutela del paesaggio e sviluppo, che si evidenzia più che mai oggi con la richiesta di approvvigionamento di fonti di energia alternativa.
Aver cura della gestione del paesaggio, dell’identità culturale del territorio che si abita vuol dire, in definitiva, saper gestire consapevolmente un sistema complesso di dinamiche che interessano la sua conduzione e le sue trasformazioni. Molte comunità territoriali hanno promosso e messo in atto esperienze virtuose che confermano la necessità di sollecitare e favorire quelle politiche di tutela partecipata che possono fare del paesaggio un «paesaggio attivo».
A maggior ragione se si sfiorano beni riconosciuti dall’ UNESCO e inclusi nelle Liste del Patrimonio Mondiale culturale e naturale, di cui l’Italia ha il primato con 58 siti, oltre ai i 15 elementi del patrimonio immateriale. E siamo anche qui in prossimità e in tema di importanti riconoscimenti UNESCO per la componente culturale e naturale che l’area laziale può annoverare. Ed il processo dei riconoscimenti di valore UNESCO è vivo ed è avanzato il percorso di candidatura che fa del Paesaggio Culturale di Civita di Bagnoregio la nuova proposta dell’Italia Patrimonio culturale e naturale dell’UNESCO. Un percorso di candidatura che deve vedere l’apporto positivo di tutto il territorio di riferimento culturale, in un progetto di valorizzazione del paesaggio all’insegna di un turismo sostenibile che può essere di vivace stimolo per le diverse economie locali.
Chiudo sui temi della formazione e dell’aggiornamento che OPERA BOSCO ci ispira proprio perché costituisce un sistema educativo aperto, di consapevolezza dell’ecosistema, che mette il bosco, il materiale naturale al centro dell’attenzione evidenziandone la qualità e la ricchezza verso la salvaguardia, la cura e verso stimoli creativi. Una perfetta sintesi tra risorse naturali e culturali.  Un percorso originale che va ampliato e amplificato facendone modello per analoghe iniziative.
Nello stesso tempo, segnalo un forte bisogno di aggiornamento di integrazione multidisciplinare anche dei livelli superiori di formazione verso una gestione consapevole del nostro patrimonio culturale e naturale.
È in questo ambito che si colloca anche il percorso avviato presso l’UNINT (Università degli Studi Internazionali di Roma) che nel prossimo Anno Accademico 2023 replicherà il Master su “Strumenti e pratiche per la gestione del Patrimonio Mondiale e per la valorizzazione delle risorse culturali e naturali” in un formato executive che vuole essere ancor più professionalizzante. È un tentativo nel quale crediamo e che si affianca ad altri significativi percorsi di crescita, con un’attenzione mirata allo strumento base del percorso UNESCO che è il Piano di Gestione dei beni. Una attenzione alla capacità di salvaguardare, ma anche e forse soprattutto di saper gestire bene le nostre risorse naturali e culturali in forma integrata e partecipata.
E, ascoltando anche le altre voci presenti a questo incontro, credo sia lo spirito che ci accomuna oggi per dare vita ad un Laboratorio, una “Rete culturale per l’integrazione attiva”. Confrontiamoci ancora e lavoriamo insieme. Grazie.

Squarci di luce:Il viaggio di una colf”, un itinerario possibile per uscire dalla Selva oscura.
Fabio Caporali e Svetlana Moraru
I fatti odierni svelano l’attualità della profezia della “Selva oscura” di Dante nella drammatica situazione della guerra in Ucraina e nelle globali sue conseguenze e rischi a livello geopolitico, sociale e ambientale. È l’intera umanità che ormai è investita del compito di opporsi con determinazione alla strategia della guerra e dei conflitti di ogni genere per generare invece una cultura della pace e della coscienza ecologica che agisca come antidoto ai falsi idoli del potere e della ricchezza materiale che mortificano l’identità umana e la riducono alla semplice categoria biologica della “Bestialità”. A tale riguardo Dante ci soccorre di per indicare la “diritta via”: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»
La locandina dell’odierno seminario evidenzia il fertile terreno che ci unisce come campo di azione: l’operosità entro l’ambito della consapevolezza ecologica. Occorre allora una tempestiva iniziativa culturale comune tra le istituzioni artistiche, come “Opera Bosco”; le istituzioni scientifiche e umanistiche, come le Università di Roma e l’Università della Tuscia; e le istituzioni locali, come il comune di Calcata e il “Biodistretto della Via Amerina e delle Forre”, per affermare la necessità di riconoscere l’urgenza del momento e dare segnali significativi di sinergia per invertire la rotta e EDUCARCI ALL’INTEGRAZIONE.
In termini di ecologia integrale, l’imperativo categorico è quello di riconnettere l’umanità (individuo e collettività) con l’ambiente locale e planetario. I metodi
che proponiamo a tale riguardo sono i seguenti:
Come uscire dalla Selva oscura
Educare all’integrazione tra individui e tra Stati (costruire legami, per una cultura della pace e della fratellanza) (il modello ecosistemico svela la
fondatezza ontologica della interdipendenza o cooperazione) Metodo della transdisciplinarità, andare oltre le discipline (scientifiche, umanistiche, artistiche) e perseguire epistemologie sistemiche per educare alla “unipatia cosmica” – Amor che move il sole e l’altre stelle  Metodo della prossimità, occuparsi del quotidiano e di chi e di ciò che sta vicino. Educare alla integrazione degli esclusi e degli emarginati (rifugiati politici ed immigrati) dando testimonianza concreta (libri e testimonials).
Come testimonianza concreta del metodo della prossimità, riferiamo su un nostro libro di recente pubblicazione (2019) che riporta la storia di vita del
soggetto narrante, Svetlana Miron, attuale colf del soggetto scrivente e datore di lavoro (Fabio Caporali).

Secondo Papa Francesco i rifugiati, i profughi, i migranti sono una opportunità, uno strumento della provvidenza per educarci all’integrazione. La stessa relazione di lavoro è una opportunità per tessere legami che vanno oltre il contratto sindacale e servono alla reciproca comprensione e promozione
individuale e sociale.
L’atto simbolico dell’integrazione, vissuto di recente da Svetlana come esperienza di tessitura reale nella Chiesa di San Michele in Borgo a Pisa, viene
ricordato dalla stessa come esperienza emozionale, attraverso la tessitura dell’arcobaleno per la pace e la coscienza ecologica

Principi del libro (*)

Come possiamo contribuire a creare squarci di luce?
Risalendo dal basso all’alto, partendo dalle storie individuali per scoprire lo scenario socio-ambientale globale, secondo il principio ecologico l’ontogenesi
riassume la filogenesi –Ernst Haeckel)
Educandoci a vicenda per creare integrazione (educazione e integrazione, due parole chiave interconnesse)
Seguendo un percorso esperienziale da monitorare (processo in corso)

Struttura. Dramma in quattro atti.


I. Genesi della storia individuale o cause efficienti
Disfacimento del tessuto sociale della patria originaria (Moldavia): crisi economica, assenza di lavoro, migrazione interna (ex Unione Sovietica),
lontananza, isolamento, alcolismo, ritorno, violenza familiare, abbandono.


II. La fuga dalla tana
Motivi: Violenza domestica e sociale Esito: Il calvario della migrazione avventurosa come clandestina


III Il dramma della accoglienza e della precarietà
Itinerario residenziale
Rapporti di lavoro
Ricongiungimento familiare
Relazioni affettive


IV. Il processo di integrazione o cause finali
Giuridica
Sociale
Economica
Culturale


(*) Caporali, F. e Miron, S. 2019. Il viaggio di una colf. Racconti di una immigrata raccolti e scritti con il datore di lavoro. Edizioni ETS, Pisa. 

Il bosco delle fiabe di Basile”
Desidererei condividere l’immagine del bosco che spadroneggia nella meravigliosa ed esuberante raccolta di «racconti per bambini» di Giovan Battista
Basile Lo cunto de li cunti.

Apparentemente il bosco inizia appena finisce la città e sta lì, sempre disponibile, come una concreta sfida: sconosciuto e pericoloso, è anche una scatola magica in cui tutto può accadere, perché lì le regole del sociale e del reale sono per una volta sospese. Il bosco è il regno della fatagione, della metamorfosi impossibile, del segreto della fluidità tra gli esseri. Morte e rigenerazione si nascondono tra le sue ombre e i suoi sprazzi di luce, tra le radici nascoste nella terra e le chiome che sorreggono il cielo. Nel bosco ci si perde e ci si ritrova, perché il bosco
nasconde e smaschera, travia e restituisce. Però o proprio per questo, per Basile il bosco fu anche l’immagine rovesciata dello spazio urbano, fatto di incroci e divie, di strade e piazze, di finestre e di muri, di gente e di incontri, di promiscuità e casualità; e fu pure specchio teratomorfo dello spazio civile, dell’ideologia dei costumi, delle usanze sociali, dell’abito e della conversazione.

Il pubblico di Basile sapeva bene che orchi e fate, re e principesse, sciocchi e imprudenti, vecchie ciarliere e giovani desideranti erano maschere esagerate e buffe del loro ambiente e dei loro caratteri, e per questo si divertivano come bambini, attratti dalla falsa ingenuità della natura.
Pazzamente il bosco racconta il mistero dell’identità: non è solo scena, teatro, sfondo del racconto; più forte è la sua natura di organismo che reclama
ibridazione e contaminazione, che esige compenetrazione e confusione. Del resto, che il bosco abbia un’affinità con il corpo lo sapeva già Dante quando
adottò la spinosa immagine ovidiana dei corpi diventati rovi, che formano una fitta boscaglia tormentata dalle Arpie. Sono i suicidi, colpevoli di aver
disprezzato il corpo e quindi condannati alla perpetua scissione di anima e corpo. Corpo e selva fatta unica cosa, confusione dell’identità, confusione dei
generi e degli esseri. Forse il racconto di Basile, con quel suo insistere sulla necessità ludica di perdersi nel bosco, ci volle indicare una strada per uscire dalla paura di non avere più un corpo capace di riconoscersi quando è stato soggetto a una trasformazione, perché una paura scoperta è una paura scacciata.

Cos’è che ci ha fatto smarrire la diritta via? È stata forse una forma di oblio a condurci nella Selva Oscura? Attraverso l’idrografia della Commedia, così densa di elementi simbolici e archetipi culturali, cerchiamo di orientarci lungo il cammino dantesco e svelare così il significato profondo della memoria dell’acqua. L’origine soprannaturale e divina della sorgente dei fiumi purgatoriali Lete ed Eunoè, fonti di oblio e memoria, rispettivamente, ci pone di fronte ad una scelta ineludibile: recuperare la memoria dell’acqua nel suo significato più profondo archetipico e antropologico o consegnarla definitivamente all’oblio.  È proprio nell’elemento acqua -in quanto principio primo di Talete- che si realizza il primo tentativo di superare la concezione mitico-religiosa della Natura mediante una spiegazione razionale dei fenomeni naturali. Ciò ha posto l’uomo da solo di fronte alla responsabilità etica del superamento dei limiti e della violazione dell’ordine naturale: ma la punizione divina di Prometeo, nel ruolo di trasgressore dell’ordine naturale, non fa più paura. Anzi, la tecnica, vista come incremento indefinito di potenza e di controllo sulla Natura, ha determinato una rimozione progressiva del sentimento umano del limite, laddove le categorie di quantità e misura tendono ad emarginare le qualità di bellezza, socialità, emotività e relazionalità.

Paradossalmente, è soltanto sotto l’impronta emotiva delle catastrofi naturali, in quanto eventi causati dalla perdita di controllo e di potenza sulla Natura, che l’uomo tecnico sperimenta con sgomento il senso del limite e si rifugia, impotente, in una rappresentazione mitica della Natura, che torna così ad essere ente primordiale giudice e vendicatore della profanazione delle proprie leggi. Nel presente, con il dominio della tecnica sulla Natura, l’oblio assume la fisionomia di una rimozione collettiva delle forme assunte dall’acqua nella cultura umana e nel paesaggio naturale e ciò si declina attraverso la desolante riduzione della relazione uomo-acqua a mero rapporto merce-consumatore e strumento-valore; quantità,
evidentemente, da valutare nei limiti consentiti dalle categorie risorsa, efficienza e produttività. Ecco quindi che il recupero della memoria dell’acqua nelle diverse dimensioni – storica, antropologica, religiosa, rituale, relazionale- assume un ruolo determinante nel ri-attualizzare il concetto di ‘limite’, così come costituitosi attraverso la sapienza e la conoscenza millenaria del territorio e della Natura: il fiume, inteso come fonte primaria di cibo, di energia, di comunicazione, di religiosità, di connessione tra individui, di relazioni sociali e di regole morali che governano la cura collettiva delle acque, è stato definitivamente dimenticato e, in alcuni casi, anche materialmente sepolto. Ecco, allora, che il dissesto idrogeologico in atto, inteso in senso lato, è in primo luogo un dissesto sociale e antropologico, conseguenza tangibile e drammatica dell’abbandono progressivo dei luoghi della memoria dell’acqua.

Mi dedico qui a descrivere la performance che ho presentato ai relatori e al pubblico.

 

ACTION 1

Collego alcuni alberi con un nastro di stoffa rossa lungo 30 m.

Spiegando che questa stessa azione fisica può essere rappresentata con tracciati georeferenziati disegnati su mappa elettronica in scala uno a uno. 

 

Allo stesso modo disegno su tutta l’estensione spaziale terrestre i miei SIGNA, conosciuti anche come Graffiti Tecnoprimitivi SIGNA, Geoglifi Immateriali SIGNA, Metageoglifi SIGNA, la cui fruizione è gestita dalla mia app SIGNAart e dal sito www.signaworld.org  Queste espressioni site-specific su scala territoriale collocate nell’ambito della Media Art hanno natura virtuale quindi appartengono ad una creatività che non porta ad un consumo esponenziale di risorse non rinnovabili. Per la loro grande estensione e forme di fruizione le opere SIGNA, possono essere intese anche come paesaggi virtuali formati da figure collegate, dunque ambienti virtuali.

Ora che sulla Terra il peso dei manufatti umani ha raggiunto quello della biomassa, penso che la creatività ed il suo vigore distruttivo debbano invece essere indirizzati verso elaborazioni meno impattanti anche nell’arte, anzi che l’arte dimostri questa possibilità. 

Dante come ambiente è il titolo del mio intervento qui a Opera Bosco, Museo tempio della creatività nel rispetto per la natura. Presenterò due miei lavori SIGNA dedicati al poeta Dante, che si vedono e attraversano in Realtà Aumentata, il primo sulle rive del lago di Anguillara e l’altro a Jaru in Brasile, iconografia che si trovano sul sito www.signaworld.org.

La fruizione delle opere SIGNA è esperienziale e site-specific, dunque, mostro come esempio un’opera SIGNA creata in questo Museo, con tracciati che attraversano il luogo dove siamo noi ora.

 

ACTION 2

Attivo l’applicazione SIGNAart sul mio smartphone. Mi avvicino al pubblico e mostro in AR sulla schermata i tracciati dinamici rossi con luminescenze blu dell’opera “SIGNA Fonte viva” mentre si sente un suono di prossimità e la frase “Morosin disegna sul mondo” oltre al titolo dell’opera. https://www.youtube.com/watch?v=NepqSJFVBxY&t=65s

 

La schermata mostra la nostra posizione dentro ai tracciati georeferenziati del grande profilo di un volto di donna, costruito con segmenti che toccano puntualmente opere e luoghi particolari del Museo, idealmente legati.

I tracciati di questa figura misurano settecento metri e hanno origine dal luogo dove è situata una piccola fontana a forma di cornucopia, alimentata da una fonte naturale che fu una delle mie prime opere realizzata nel Museo. Zumando, a scala maggiore, vediamo che questi stessi tracciati si espandono sul territorio e scopriamo che il profilo che abbiamo visto coincide con la testa di un ragno d’acqua sostenuto da sette bolle d’aria che toccano puntualmente i centri abitati di ventuno città e villaggi del Lazio coprendo nell’insieme un territorio di 110 x 98 chilometri. 

 

Nel linguaggio SIGNA le figure possono includere elementi naturali, antropici ed eventi scelti con lo stesso principio emozionale che ho descritto nel caso del SIGNA Fonte Viva. Le figure possono nascere da uno spunto, storico, sociale, morfologico di un luogo rappresentato in mappa o essere no map, ad esempio nell’Oceano Atlantico il SIGNA Fly. Collegare dei luoghi speciali, SIGNA World, con 14 musei nel mondo. Allinearsi su reti stradali, aeree, marittime, SIGNA Highway Italia. Interferire con punti di grande mobilità, SIGNA Autoritratto a NEW York. Avere figure una dentro l’altra da scoprire, SIGNA Zeche, Germania. Richiamare un desiderio o un ricordo come SIGNA Passeggiate Virtuali, Sahara. Essere Geoglifi SIGNA che si vedono in un unico colpo d’occhio o scoperti via via con lo zoom, SIGNA Ragazza dei Fiori, Australia. Opere che si attraversano camminando come SIGNA Gemini 798, Pechino. Tracciati poligonali tirati da punti significanti, SIGNA Fonte Viva, Lazio.

 

ACTION 3

Mostro ai relatori e al pubblico la schermata con la scia formata da puntini allineati che l’App crea mentre cammino dentro ai tracciati dell’opera SIGNA FONTE VIVA. Mostro poi il tasto dell’App utile a condividere direttamente il disegno e la mia scia sui social, così come potranno fare i futuri utenti.

Mostro che i Geoglifi SIGNA abbracciano spazi che vanno da pochi chilometri a interi continenti e che quelli sono i luoghi fisici che contengono le mie opere immateriali. La mia galleria.

 

Sto rendendo pubblica questa App che da due anni uso in esclusiva. Le opere SIGNA dopo consenso, “ricordano” dove e quando sono state attraversate formando via via una loro propria memoria. Con l’App l’utente può condividere con me e sui social il suo particolare momento di incontro con una mia opera espresso dalla sua scia mappata dentro al SIGNA. Questi contenuti creati in forma irripetibile dall’utente possono confluire in mie video installazioni.

 

Dopo aver visto in anteprima il funzionamento dell’App e il rapporto fra strumento, linguaggio ed opera SIGNA, si può immaginare il concetto di ambiente riferito alle due opere SIGNA che ora illustrerò e il significato del titolo del mio intervento di oggi: Dante come ambiente. 

 

La prima, è l’opera SIGNA Amor che, del 2006. L’App ci mostra, una dopo l’altra per un chilometro, come appoggiate sull’asfalto, le grandi lettere luminescenti che compongono questo verso di Dante: Amor ch’a nullo amato amar perdona, sulla strada che a est costeggia il lago di Bracciano. https://www.youtube.com/watch?v=L8ha1k84RIg Inizialmente si vedeva solo sul Garmin.

La seconda citazione di Dante è contenuta in un particolare del SIGNA SOIA – 2021.  Ho creato questa opera SIGNA da remoto con tecnologia satellitare nella città di Jaru, Rondonia, Brasile. Questo Geoglifo SIGNA si estende su 39 x 33 chilometri su quello che rimane della foresta pluviale, si vede in forma di tracciato luminescente con SIGNAart app e si attraversa in Realtà Aumentata nello spazio reale.

È un volto costruito con una serie di figure che la gente del luogo e i camionisti della BR364 scopriranno nel territorio, una dentro l’altra. Il verso di Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita mi trovai in una selva oscura che la diritta via era smarrita, delimita la parte alta di questa testa. https://www.signaworld.org/sites/default/files/styles/signa_slider/public/2022-04/20%20SIGNA%20Soia.jpg?itok=gjJdqTJ2

https://www.signaworld.org/sites/default/files/styles/full_hd/public/2022-04/15b%20SIGNA%20Soia.jpg?itok=-zuRD-wy

 

L’opera SIGNA SOIA mette l’attenzione su quello che a noi sembra un emblematico luogo del processo di impoverimento dell’ambiente naturale e si confronta con i temi e le forme di altri graffiti e geoglifi preistorici dell’Amazzonia. In particolare, la grande scritta oltre al suo significato intrinseco diventa in quei luoghi parte dell’ambiente e paesaggio immateriale nato dalla forma dei fonts che la compongono.

 

Nei primi anni di questo secolo, sono stato il primo a creare su mappa elettronica, con tracciati georeferenziati, sistemi di figure site-specific senza funzione utilitaristica, compresi alcuni ritratti, usando la tecnologia satellitare sull’intera estensione spaziale terrestre. Ho condotto questa ricerca accompagnandola a depositi al Registro del Washington Copyright e SIAE-Olaf, prima o parallelamente ai lavori che negli USA hanno portato al sistema Google Earth che pur avendo analogie non aveva lo stesso obiettivo creativo artistico del linguaggio SIGNA.

Video, approfondimenti e testimonianze accademiche sui SIGNA dei professori: P. Gaudenzi, S. Cheli, S. Lux, A. Saggio, R. Buono in Storia dei SIGNA sul sito WWW.signaworld.org.

 

Invitato dall’ideatrice e curatrice di Opera Bosco, Anne Demijttenaere, a partecipare alla nascente “Rete culturale per l’integrazione attiva”, che si propone di unire tutti coloro i quali sono pronti a ragionare su un nuovo rapporto tra uomo ed ambiente. Riporto, di seguito, il testo di quello che avrebbe dovuto essere il mio contributo al Seminario, al quale sono mancato per impegni di lavoro. Sperando di essere utile.

                                  

“Terragni, il caos e la selva oscura”

 

Si potrebbe iniziare un lungo dibattito intorno alla questione se l’architettura sia un’arte rappresentativa del mondo o sia solo una delle tante attività che l’uomo svolge per la costruzione del proprio ambiente, quello specificamente di genere: gli edifici, le strade, le città, le metropoli. Ossia se all’architettura appartenga o no quel carattere base dell’attività artistica che muove l’uomo a leggere la realtà tentando di darne, personalmente o collettivamente, un’interpretazione. Una tale dissertazione dovrebbe comprendere anche il tema degli aspetti figurativi dell’architettura che, con diverse valenze, caratteri e concettualizzazioni, si sono presentati e ripresentati con disuguale intensità nella storia.

 

La questione, fondativa per una discussione sulle caratteristiche antropologiche dell’architettura, potrebbe iniziare proprio dal collegamento ancestrale tra l’architettura ed uno dei luoghi più paradigmatici del rapporto uomo-natura: il bosco. Vediamo, seguendo alcuni indizi, come si articola una relazione così profonda ed antica. Parlando di bosco, di Dante e di architettura, e parlando di aspetti figurativi, è automatico citare l’opera di Giuseppe Terragni per il Danteum, un edificio-monumento che, metaforico dell’opera del poeta, fu concepito nel’38 per via dell’Impero a Roma e non venne mai realizzato. Sicuramente l’architetto Terragni nel suo omaggio alla Divina Commedia ha affrontato il tema, e segnatamente il tema della foresta, in modo figurativo attraverso la similitudine morfologica pilastro/albero. Questa relazione risale all’architettura lignea degli albori e nasce dalla trasformazione del tronco in elemento portante il quale, mantenendo la posizione verticale dell’albero d’origine, non ha mai smesso nei secoli di rimandare concettualmente a tale elemento naturale. Il tema della foresta di pilastri è declinato nel progetto attraverso diverse combinazioni compositive, diverse soluzioni morfologiche e molteplici simbolismi a sfondo geometrico.

 

Ma c’è un primo indizio, un’ambivalenza: nello spazio del Danteum dedicato da Terragni al Paradiso, i pilastri della selva divengono trasparenti come a voler indicare, laicamente, l’aspirazione alla perfezione e ad una percezione cristallina della verità. La trasparenza nell’architettura è in generale espressione di chiarezza, di visibilità delle cose, di sincerità, di limpida e partecipata inclusività nei rapporti sociali. Non a caso si può riscontrare nella prima metà del Novecento, un certo parallelismo tra sviluppo della trasparenza nell’architettura di un Paese ed evoluzione del suo spirito democratico. Potrebbe sembrare non essere così per Terragni organico al regime fascista, un fascismo immaginato, come afferma Zevi, sociale e proletario, ma pur sempre fascismo. Tuttavia, Terragni era innanzitutto un architetto “moderno” e sembra comunque volerci dire che la selva oscura di Dante esiste ma che l’architettura razionalista, la pianificazione logica dell’esistenza, la modernità ci permetteranno di guardare attraverso la selva consentendo la vittoria della luce sul buio, del logico sull’irrazionale, del comprensibile sull’incomprensibile. Giunti infatti negli ambienti del Paradiso, la foresta infernale si smaterializza, le ombre si dissolvono e tutto si fa chiaro ed intellegibile.

 

PRIMO INDIZIO: DALLA SELVA OSCURA SI PUO’ USCIRE CON IL RAZIOCINIO E LA CONSAPEVOLEZZA

Ma è proprio vero oppure questo indizio è una falsa pista? O, quanto meno, una pista incompleta?

Dominique Perrault (Grande biblioteca di Parigi, 1989) sembra rispondere che qualsiasi espressione raziocinante ha bisogno comunque della sua foresta, di un cuore profondo nel quale perdersi e nel quale, in seguito alla possibilità di smarrimento, ognuno possa costruire un personale percorso. Perrault inserisce al centro della propria biblioteca un vero bosco di alberi ad alto fusto. L’inserimento della foresta nell’architettura sembrerebbe un’opera di semplice giardinaggio, di verde urbano, di pragmatica necessità di ossigenazione. Se così fosse non avrebbe rilievo nel nostro discorso ma Perrault invece compie un’operazione concettuale: non pianta semplicemente degli alberi ma asporta un vero e proprio tassello da una foresta fuori Parigi e lo innesta all’interno della propria biblioteca così com’è. Compie, cioè, un trasferimento del “sistema foresta” all’interno del “sistema edificio”, come fosse un trapianto d’organo, un organo indispensabile, vitale, insostituibile. Non a caso, negli appunti di Perrault sul progetto, la foresta è sempre nominata come “cuore” della biblioteca.

 

La foresta quindi, sembra dirci Perrault, rappresenta una necessità psichica dell’essere umano anche di quello più urbanizzato, di quello maggiormente acculturato e frequentatore di biblioteche. Se quindi è vero che l’uomo proietta nel bosco l’ancestrale turbamento dato dal senso di smarrimento, di oscurità e di ignoto, è anche vero che tali dimensioni psichiche devono sempre sopravvivere, pena la totale e schizofrenica dissociazione tra attività antropica e contesto, tra artificio e natura. Il rapporto col bosco è attrattivo/repulsivo ed il bosco è luogo di smarrimento ma anche di meditazione, è luogo di pericolo ma anche di fecondità, di vitalità e di continua, ciclica rinascita

” Noi preferiamo le vie tortuose per arrivare alla verità”
(F. Nietzsche, Ecce homo 1888 – periodo torinese)

 

SECONDO INDIZIO: IL RAPPORTO COL BOSCO È ATTRATTIVO/REPULSIVO

Detto più semplicemente: il bosco si può affrontare ma non eliminare perché è dentro di noi. La selva oscura è un’esigenza psichica dell’essere umano, un luogo dove non ci si perde solamente ma si indugia e si esplora, si scopre e si comprende.

Se il sentimento di smarrimento nella foresta notturna con la prospettiva di non uscirne vivi perché sbranati da una belva difficilmente può essere annoverato tra le esperienze positive, l’indugiare, il passeggiare senza meta nel bosco divagando, ha certamente un’attrattiva precisa per l’uomo che indaga con curiosità e trasporto esistenziale, disposto e predisposto a quel dolce naufragar nel mare di leopardiana memoria.

 

E nell’architettura? Come e quando ci si perde indugiando e divagando in un’architettura? Difficile dirlo. Attiene molto alla sensibilità personale di chi vive il rapporto con l’edificio. Vagare senza meta nella reggia di Caserta è sicuramente un’esperienza accattivante, al contrario, difficilmente qualcuno amerebbe recarsi in un ospedale e passeggiare al suo interno solo per il gusto di farlo. Ma non è esclusivamente una questione di funzioni, è anche una condizione di stato dell’architettura. Se ti perdi piacevolmente tra le rovine del Colosseo, anche conoscendo le atrocità che lì si sono consumate, sei probabilmente un visitatore curioso, se con lo stesso spirito turistico fai un giro nel braccio della morte di un carcere americano, ammesso che si possa, hai probabilmente bisogno di uno psichiatra. Eppure, i due luoghi non differiscono di molto, nascono per la rappresentazione celebrativa, mediatica e collettivamente espiatoria della morte. Tuttavia, il tempo e lo stato di disuso di uno dei due, lo rendono accettabile, piacevole ed interessante, addirittura un oggetto significante i fasti della nostra civiltà.

Le funzioni che attribuiamo ad una costruzione determinano la piacevolezza dell’indugiare ma queste mutano mentre è la nostra predisposizione, i fattori temporali e culturali che creano il carattere del percorso.

 

TERZO INDIZIO: LA PREDISPOSIZIONE ALL’INDUGIO CREA IL PERCORSO

Se la predisposizione all’indugio crea il percorso, se siamo noi stessi a determinare la mappa reinventandola costantemente, strada facendo, nel bene e nel male, allora dobbiamo farci una domanda: qual è quell’oggetto architettonico che, senza porte e senza cancelli, senza chiavi e senza serrature, consente a chi lo fruisce sia di attraversarlo sia di rimanervi prigioniero per sempre? Qual è quella costruzione immaginifica il cui ingresso e la cui percorrenza fa tremare i polsi ma nella quale è sufficiente trovare un filo, reale o immaginario, per uscirne e salvarsi? Quel è quel luogo dove il perdersi può essere fatale ma può essere anche un gioco? In sostanza, ci stiamo chiedendo quale sia la forma-edificio, l’archetipo costruttivo, l’architettura specifica che in modo pregnante ed univoco riproduca gli aspetti intrinseci del bosco. A questo punto è chiaro: l’architettura che cerchiamo è il luogo di tutti gli smarrimenti, sia fisici che psichici, è l’antro individuale dove dimora imprigionato il nostro lato ferino, è la folle costruzione di Dedalo, è la casa del Minotauro. È il labirinto.

 

Si può solamente accennare alla storia dell’immagine e dei significati del labirinto, tanto questo archetipo è radicato nell’evoluzione culturale umana. Basti ricordare che sono stati ritrovati labirinti graficizzati nelle incisioni rupestri della Valcamonica (V millennio a.C.) con cui, secondo gli antropologi, si rappresentavano simbolicamente il caos primordiale e lo sforzo umano di imporgli un ordine. Poi ci sono rappresentazioni dell’età del bronzo nel Regno Unito a Boscastle (Cornovaglia), il palazzo di Cnosso a Creta (civiltà minoica, II millennio a.C.), la legenda di Dedalo ed i labirinti raffigurati nei mosaici romani (Pompei, la villa del labirinto), i labirinti presenti nelle chiese gotiche e romaniche (Lucca, San Martino e Chartres) simboli, quest’ultimi, della formazione, della crescita e della consapevolezza acquisiti attraverso un tortuoso viaggio iniziatico per arrivare a dio (a questo proposito c’è da rilevare come l’interpretazione e l’adozione simbolica del labirinto da parte del cristianesimo si sia affermata anche tramite l’invenzione di quel luogo esoterico e simbolico che è proprio la selva oscura di Dante). Poi ci sono i labirintici giardini rinascimentali (villa Pisani a Stra, Venezia) in cui lo smarrimento del dedalo è declinato in senso ludico-edonistico ad uso e consumo delle classi ricche e privilegiate del tempo.

 

Il labirinto, insomma, è un archetipo dalle molte sfaccettature, onnipresente nella storia, un coacervo di simboli e significati anche opposti: angoscioso ed introflesso vortice psichico ma anche gioco solare ed intellettuale, trappola e prigione senza possibilità di salvezza ma anche prima forma di ordine dal caos, viaggio iniziatico di crescita e consapevolezza. In ogni caso, lo smarrimento ed il disorientamento del percorso, reale o immaginario che sia, può concludersi con successo solo per l’uomo dotato di intelligenza e di capacità strategica.

 

QUARTO INDIZIO: IL PERCORSO È INSIEME ORDINE E CAOS

Benché la mente umana concepisca anche il piacere e l’utilità di dedicarsi ad un consapevole naufragio, si può dire che non sempre perdersi dentro ciò che l’uomo ha inventato risulta desiderabile. Nel caso specifico dell’architettura, talvolta lo smarrimento conseguente al naufragio è il frutto di fallimentari valutazioni e di squilibri prodotti da aberranti fuori scala sia dimensionali che funzionali. Immaginiamo ad esempio i nodi infrastrutturali che ha prodotto la modernità. In alcuni casi avventurarsi nel groviglio di uno svincolo autostradale per cercarne un’uscita equivale ad affrontare un disumano viaggio in una ostile giungla d’asfalto. Oppure ritrovare un alloggio in un complesso abitativo di edilizia popolare che si estende senza soluzione di continuità per un chilometro può suscitare un sentimento di profonda alienazione (ad esempio, nell’edificio di Corviale a Roma)

In questo senso, c’è da dire che l’archetipo del labirinto applicato all’architettura non è generalmente concepito per generare mortifera estraniazione. Forse meraviglia, irrisoluzione, ondivago navigare o smarrita terribilità, ma non buia inquietudine, apocalittico sconforto. Ossia: nell’architettura concreta, l’idea realizzativa del labirinto è sempre rivolta a creare un fecondo percorso di una qualche imprevedibile e affascinante complessità.

 

Tuttavia, non tutte le ciambelle riescono col buco

La favola dice: …Quando Cappuccetto Rosso giunse nel bosco, incontrò il lupo, ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura. Potremmo dire la stessa cosa degli svincoli per le uscite dal Raccordo Anulare di Roma: non pensavamo che fossero tanto cattivi! Eppure, dentro lo svincolo stradale di una metropoli contemporanea, ci si può perdere per sempre e non uscirne mai più come accade al protagonista de “L’isola di cemento” di James Graham Ballard del 1974. I grandi nodi infrastrutturali del sistema viario contemporaneo sono dei labirinti non programmati in cui il filo di Arianna è rappresentato dal sistema di localizzazione satellitare. Abbiamo bisogno di strumenti sofisticati per gestire la complessità di ciò che noi stessi abbiamo prodotto ma che ci è sfuggito di mano: Dedalo è rinchiuso assieme al figlio Icaro nel labirinto, prigioniero della sua stessa invenzione. Se non tutte le ciambelle riescono col buco, la contemporaneità sembra aumentare in modo esponenziale ed incontrollabile il carico di ciambelle malriuscite.

 

QUINTO INDIZIO: NON TUTTE LE CIAMBELLE RIESCONO COL BUCO. LA CRISI FA PARTE DELLA MODERNITA’

(e la foresta-labirinto, cioè la complessità, partecipa alla crisi)

D’altronde, temi pressanti dell’attualità sono rappresentati dalla complessità, dal cambiamento permanente, dal nomadismo globale, dalla liquidità degli stili di vita, (Zygmunt Baumann) e da un vagare costante dell’uomo perso nel labirinto della contemporaneità dove nessuna porta si apre o si chiude alle spalle del nomade, dove tutti i percorsi sono possibili e nessun percorso è un senso unico

Ma questo estraniamento, questo stordimento, talvolta questa alienazione sono stati consapevolmente recepiti dall’architettura contemporanea? Qui si presenta nuovamente la domanda se l’architettura sia un’arte rappresentativa del mondo. Sicuramente, e costitutivamente, è espressiva del mondo che l’ha prodotta

Una breve digressione: ad ogni albero incontrato nella foresta, sono costretto a decidere se proseguire alla mia destra oppure alla mia sinistra. Questo anche se decidessi di tornare indietro (in realtà potrei arrampicarmi sopra il tronco o decidere si scavare un tunnel ma non prendiamolo in considerazione). Il modo migliore per concepire un labirinto essenziale, semplificato (per quanto possa essere semplice un labirinto), è quello di idearne uno dove le opzioni di percorso in prossimità dei nodi siano esclusivamente quelle di procedere a destra o a sinistra. Una ipotetica mappa di tale percorso potrà essere una sequenza di informazioni semplificate destra/sinistra. Cioè un sistema matematico in base due, binario, che rimanda immediatamente all’universo dei sistemi informatizzati i quali hanno radicalmente ridisegnato i parametri della modernità caratterizzando in maniera univoca il mondo contemporaneo. Sembra quasi un paradosso: il codice più semplice può orientarci nell’ambiente più complesso.

 

Anche l’architettura è stata coinvolta dalla rivoluzione informatica ed uno dei risultati più visibili è quello della possibilità di controllo progettuale delle geometrie complesse. Una schiera di architetti, già dagli anni Ottanta del Novecento, aveva iniziato ad anticipare l’idea di una nuova architettura influenzata dalla complessità. Questi pionieri rappresentavano una corrente sotterranea che ha avuto la sua deflagrante affermazione in concomitanza con l’informatizzazione della progettazione. Il gruppo si definiva decostruttivista. Questo gruppo faceva diretto riferimento al costruttivismo russo nato nel 1913. L’avanguardia costruttivista intendeva contrapporre all’arte come rappresentazione, l’arte come costruzione la quale, liberata da ogni relazione col mondo oggettivo, divenisse essa stessa oggetto, costruzione nello spazio, costruzione rappresentativa unicamente del proprio processo di formazione.

Col prefisso “DE” i de-costruttivisti sostituiscono la decostruzione alla costruzione. In relazione a quanto accennato sull’architettura intesa come rappresentazione del mondo, sembrerebbe dunque che i decostruttivisti intendano fare riferimento all’avanguardia costruttivista sposando l’idea che l’arte non debba essere rappresentativa del mondo, ossia avere un riferimento esterno, ma debba essere costruttiva, anzi de-costruttiva, di sé stessa e per sé stessa. In realtà, molto più realisticamente, il decostruttivismo è la risposta architettonica alle caratteristiche, già dette, di una contemporaneità complessa, globalizzata, liquida e nomade. L’architettura decostruita, in sostanza, si pone in relazione con il mondo attuale quale espressione dei suoi caratteri di base

Lebbeus Woods, il più teorico dei decostruttivisti, ci propone edifici che sembrano voler coagulare il concetto di caos attraverso la concretezza materica di tale scomposizione architettonica. La decostruzione qui viene portata alle estreme conseguenze e gli edifici di Woods nascono dalla non-legge compositiva della lacerazione e della crisi attraverso uno sperimentare continuo di forme imprevedibili. L’idea dello smarrirsi, del complesso svilupparsi dello spazio e dei volumi qui si estende in tutte le direzioni e si concretizza in una totale cacofonia che trasla il concetto di labirinto inteso come percorso accidentale, anche psichico, verso il concetto di labirinto inteso come modello di vita, come risposta anarchica al tema esistenziale dell’abitare in senso lato. Non c’è più necessità di attraversare la selva per raggiungere il villaggio, è la selva stessa il nuovo villaggio. La nuova, rivoluzionaria architettura è sperimentale perché la vita è intesa come sperimentazione, una continua ridiscussione dei modelli esistenziali e del loro rapporto con la prassi progettuale dell’architetto. L’instabilità e la crisi generano un’interrogazione ininterrotta non solo intorno alla fruizione di un oggetto ma anche intorno al senso stesso dell’oggetto.

 

SESTO INDIZIO: LO SMARRIMENTO PUO’ ESSERE DETERMINATO NON SOLO DALLE MODALITA’ DI FRUIZIONE, MA ANCHE DAL MODO DIVERSO DI CONCEPIRE IL RUOLO DELL’ARCHITETTURA NELLA SOCIETA’

Un’architettura predisposta a recepire funzionalmente le mutazioni continue di una società sempre in ridiscussione e, morfologicamente, a rifiutare qualsiasi canone geometrico euclideo è un’architettura sfrangiata rispetto qualsiasi rigidità concettuale sulla separazione dall’intorno naturale, rispetto qualsiasi divisione tra natura ed artefatto, tra natura naturata e natura naturante.

È comprensibile come le trasformazioni decostruttiviste declinate nel senso di una filosofia ecologista abbiano generato una genìa di architetti che, così svincolati da qualsiasi preconcetto morfologico, stilistico e linguistico, si siano sentiti liberi di rivoluzionare il concetto stesso di antropizzazione sperimentando tipi diversi di rapporto tra architettura e contesto. In senso imitativo e strategico, questi architetti hanno studiato sistemi bioclimatici che si rifanno analogicamente ai meccanismi naturali di riscaldamento, raffrescamento, ventilazione, soleggiamento col fine di contenere la dissipazione energetica.

 

In senso contemplativo, hanno iniziato ad allentare quel confine netto tra artificiale e naturale, in un dialogo strettissimo di compenetrazione e fusione tra costruzione e mondo vegetale. L’edificio e la città si fanno invadere dal bosco in progetti per i quali l’architetto rinuncia in parte all’autoreferenzialità ed all’architettura quale segno indelebile nel contesto. Non c’è più bisogno di asportare un brano di foresta e di innestarla nell’edificio come ha fatto Perrault, foresta ed edificio possono compenetrarsi. Al termine di una tensione lunga come la storia dell’uomo, la selva invade l’architettura e l’architettura invade la selva in una sorta di reciproca compensazione finale.

 

CONCLUSIONI

L’architettura contemporanea è espressione della realtà sociale complessa che viviamo ogni giorno e che noi stessi contribuiamo con le attività di massa a rendere composita di infiniti fattori. L’interconnessione, l’istantaneità delle informazioni, la smaterializzazione non sono aspetti relativi solo alla tecnologia ma anche ai rapporti umani. Il concetto di rete ha determinato l’annullamento dei sistemi piramidali gerarchizzati, ha consentito l’orizzontalità dell’informazione, la partecipazione globale agli eventi.

La selva, nelle sue infinite accezioni positive e negative, è divenuta la chiave di lettura dell’architettura contemporanea e, viceversa, l’architettura è divenuta la chiave di lettura della complessa ed intrigata selva costituita dalla realtà.

 

Questa realtà, proprio per la sua natura multiforme, imprevedibile e possibilista fa sì che l’architettura possa ora contemplare anche un rapporto diverso con l’intorno naturale e fare sempre più spazio alla selva metaforicamente e letteralmente intesa, in un vicendevole riappropriarsi di arcaiche analogie.

 

Nel groviglio labirintico di una società umana complessa, sempre più popolosa e che conosce sempre meno sé stessa, la voce di Terragni con la sua architettura di cristalline colonne trasparenti ci parla ancora.  A quasi un secolo di distanza dal Danteum, quella del giovane architetto, morto a soli 39 anni, non appare come una falsa pista. Terragni sembra dirci che con i comportamenti razionali e coscienti dell’uomo che crede ancora in sé stesso e nel futuro, è possibile sempre convivere con la selva, forse farla propria, sicuramente attraversarla con lievità ed ottimismo.

 

 

Dalla Selva Oscura all’Arte nella Natura - 21 maggio 2022

Seminario a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
In occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte di Dante Alighieri, il famoso verso  della “Divina Comedia” “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi trovai in una selva oscura che la dritta via era smarrita” introduce il tema del Seminario. Un invito allo  studio della storia e dell’immaginario delle foreste della Terra, considerando che l’habitat e la cultura dell’umanità, in Occidente, nascono nelle radure ricavate nel folto delle foreste.
Calcata ha conservato questa realtà del villaggio circondato di boschi, ma la maggior parte delle grandi e medie città hanno perso la consapevolezza di essere delle radure e per questo, forse, di incorrere nel pericolo di scomparire insieme alle foreste che continuano a essere distrutte.

Recentemente, perfino la “foresta urbana” è in pericolo perché gli alberi ostacolano il funzionamento di sistemi di comunicazione digitali sempre più sofisticati.
Opera Bosco è stato inaugurato ventisei anni fa, il 20 ottobre 1996 ed è inserito nell’Organizzazione Museale Regionale del Lazio dal 1997.

Un percorso d’arte contemporanea di Arte nella Natura che si sviluppa su quattro ettari di bosco nella Forra del Treja. Un territorio curato con lungimiranza sin dalla preistoria, conservando la sua integrità nei secoli. L’insieme del territorio con Narce e gli altri Monti, intorno a Calcata, rappresentano un patrimonio archeologico noto a livello internazionale, con reperti esposti in grandi musei come il British Museum e il Louvre. Un patrimonio anche paesaggistico e di permanenze antropologiche “scritte” nel tufo che la modernità con l’assenza di manutenzione, come pratica corrente, sta danneggiando.
Opera Bosco nasce come Museo laboratorio sperimentale di Arte nella Natura. Salvaguarda e promuove il territorio e, dal primo anno di attività, è richiesto dalla didattica come strumento di partecipazione e creatività nella consapevolezza dell’ecologia.